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Wars or Wards

a cura di Luca Vona e Alessandra Menesini

 

Né Bombe, né Bambi



“Guerra o parole?” E’ un dilemma che lascia un po’ perplessi. Innanzitutto ci si potrebbe chiedere che cosa abbia a che fare un titolo simile con una mostra d’arte visiva. Potrebbe andare bene per un dibattito sul ruolo della diplomazia nella risoluzione dei conflitti. La domanda potrebbe assumere persino un tono bellicoso, esprimendo una certa smania interventista. Spesso poi, i due termini del dilemma coincidono, perché la guerra si può fare anche con le parole, usate senza scrupoli, per ferire, perseguitare, emarginare.
L’interrogativo rischia di risultare un po’ ozioso, perché espressione delle due facce di una stessa medaglia. Ci lascia nell’incertezza, di fronte a due vie diverse, ma entrambe oscure e disseminate di pericoli.
“Guerra o parole?”. L’arte è la terza via, l’alternativa silenziosamente implicita nella domanda. Silenziosamente, perché non può - e non vuole - essere pronunciata, ma solo osservata. A volte si propone di cambiare il mondo. Ma riesce a cambiarlo anche quando non è interessata a impegnarsi socialmente o politicamente. Perché prende forma da una volontà demiurgica latente nell’essere umano fin dalla notte dei tempi: dal desiderio di dare alla realtà che ci circonda un nuovo ordine, o di evocare un primordiale stato di caos. L’utopia, come direbbe il filosofo Ernst Bloch, scorre nel suo sangue.

Che si tratti delle tendenze estetizzanti dello stile Liberty o delle caricature pungenti di Otto Dix, sempre e comunque il lavoro degli artisti contribuisce a mettere in atto il cambiamento; insieme alla scienza, alla filosofia, alla religione e a diverse altre discipline, rappresenta il tentativo da parte dell’Uomo di comprendere – e appunto, di “disciplinare” - la realtà che lo circonda. D’altra parte è riduttivo definire l’arte una “disciplina”. Probabilmente andrebbe inserita a pieno titolo nel novero delle scienze umane. Jerry Saltz la considera “una forma di intelligenza o di conoscenza non minore di un primo bacio, di un addio o di un’equazione algebrica”.

Storicamente l’arte ha intrattenuto un rapporto ambiguo con il problema della guerra. Ne ha offerto una cronaca dai tratti più o meno epici. Ha usato l’arma della satira e dell’ironia per impegnarsi in direzione pacifista. Di tutt’altra tendenza il padre del Futurismo, Filippo Tommaso Martinetti, che glorificò la guerra invocandola come “sola igiene” del mondo borghese, ormai privo di eroismo.
Ci sono anche opere d’arte che non sembrano avere nulla a che fare con il tema della guerra, è come se si riducessero alla risoluzione di un problema puramente formale. Eppure, proprio attraverso la purezza delle loro forme, riescono a comunicarti un po’ di pace quando là fuori (o nel tuo cuore) infuria la battaglia.

Che siano politicamente impegnati o meno, gli artisti attraverso le loro opere stanno assumendo un ruolo sempre più importante nella sfera pubblica. I record d’asta degli ultimi anni, il moltiplicarsi di fiere e biennali in tutto il mondo, non hanno a che fare solamente con il mondo elitario dei collezionisti, ma sono indice di maggiori aspettative da parte di un pubblico più ampio. Un pubblico che ha sempre meno fiducia nelle parole dei politici “di professione”.
Ora che l’arte è diventata così popolare e ha trovato il proprio spazio nell’arena pubblica che cosa ha da dirci? Ci aspettiamo di essere sorpresi da inattese invenzioni formali o che intervenga sulle questioni più urgenti del nostro tempo? Forse siamo di fronte alla ricerca di strumenti alternativi per innescare il cambiamento. Nel nostro mondo post-ideologico, ci si aspetta dagli artisti la capacità di generare valori e senso. Potrebbe essere considerato un sintomo di decadenza, ma al tempo stesso di rinascita. Infatti l’esperienza estetica è costruzione partecipata di senso, può dare vita a un universo che si sviluppa come un programma “open source”, è una forma di democrazia diretta. Contro le parole demagogiche e le soluzioni preconfezionate prevale il desiderio di interrogarsi su di sé e sul mondo. E’ un qualcosa che ha a che fare con lo spirito platonico del dialogo.

Gli artisti chiamati a partecipare a questa mostra pronunciano parole che diventano opere tangibili, stimolano una riflessione che si alimenta del sensibile. Più o meno direttamente e toccando diversi registri, viene affrontato il tema del conflitto - dall’iconografia classica della guerra alle contestazioni di piazza, dallo spirito di competizione nello sport alle tematiche ecologiste. L’arte entra nel vivo della battaglia, esprimendo quello spirito “rivoluzionario” che in qualche modo le appartiene. Voglio concludere con le parole scritte da uno degli artisti della collettiva per presentare il suo lavoro: “L’arte è guerra come allo stesso tempo parola, è ancor più immagine. In essa sta il significato così come il significante. Quel che conta è avere ben presente i contenuti sui quali direzionare la propria forza: per scardinarli o ribaltarli”.



Luca Vona

 

Dal 22 giugno al 2 settembre 2007

Inaugurazione 22 giugno ore 19

Via dei Navigatori, s.n. – Vecchio Borgo S. Elia, Cagliari 09100
Tel +39 070 3838085 | lazzaretto2000@camuweb.it | http://www.camuweb.it

Orari
martedì/domenica 9.00/13.00 e 17.00/21.00
chiuso il lunedì