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Né Bombe, né Bambi
“Guerra o parole?” E’ un dilemma che lascia un po’ perplessi.
Innanzitutto ci si potrebbe chiedere che cosa abbia a che fare un titolo
simile con una mostra d’arte visiva. Potrebbe andare bene per un
dibattito sul ruolo della diplomazia nella risoluzione dei conflitti. La
domanda potrebbe assumere persino un tono bellicoso, esprimendo una
certa smania interventista. Spesso poi, i due termini del dilemma
coincidono, perché la guerra si può fare anche con le parole, usate
senza scrupoli, per ferire, perseguitare, emarginare.
L’interrogativo rischia di risultare un po’ ozioso, perché espressione
delle due facce di una stessa medaglia. Ci lascia nell’incertezza, di
fronte a due vie diverse, ma entrambe oscure e disseminate di pericoli.
“Guerra o parole?”. L’arte è la terza via, l’alternativa silenziosamente
implicita nella domanda. Silenziosamente, perché non può - e non vuole -
essere pronunciata, ma solo osservata. A volte si propone di cambiare il
mondo. Ma riesce a cambiarlo anche quando non è interessata a impegnarsi
socialmente o politicamente. Perché prende forma da una volontà
demiurgica latente nell’essere umano fin dalla notte dei tempi: dal
desiderio di dare alla realtà che ci circonda un nuovo ordine, o di
evocare un primordiale stato di caos. L’utopia, come direbbe il filosofo
Ernst Bloch, scorre nel suo sangue.
Che si tratti delle tendenze estetizzanti dello stile Liberty o delle
caricature pungenti di Otto Dix, sempre e comunque il lavoro degli
artisti contribuisce a mettere in atto il cambiamento; insieme alla
scienza, alla filosofia, alla religione e a diverse altre discipline,
rappresenta il tentativo da parte dell’Uomo di comprendere – e appunto,
di “disciplinare” - la realtà che lo circonda. D’altra parte è riduttivo
definire l’arte una “disciplina”. Probabilmente andrebbe inserita a
pieno titolo nel novero delle scienze umane. Jerry Saltz la considera
“una forma di intelligenza o di conoscenza non minore di un primo bacio,
di un addio o di un’equazione algebrica”.
Storicamente l’arte ha intrattenuto un rapporto ambiguo con il problema
della guerra. Ne ha offerto una cronaca dai tratti più o meno epici. Ha
usato l’arma della satira e dell’ironia per impegnarsi in direzione
pacifista. Di tutt’altra tendenza il padre del Futurismo, Filippo
Tommaso Martinetti, che glorificò la guerra invocandola come “sola
igiene” del mondo borghese, ormai privo di eroismo.
Ci sono anche opere d’arte che non sembrano avere nulla a che fare con
il tema della guerra, è come se si riducessero alla risoluzione di un
problema puramente formale. Eppure, proprio attraverso la purezza delle
loro forme, riescono a comunicarti un po’ di pace quando là fuori (o nel
tuo cuore) infuria la battaglia.
Che siano politicamente impegnati o meno, gli artisti attraverso le loro
opere stanno assumendo un ruolo sempre più importante nella sfera
pubblica. I record d’asta degli ultimi anni, il moltiplicarsi di fiere e
biennali in tutto il mondo, non hanno a che fare solamente con il mondo
elitario dei collezionisti, ma sono indice di maggiori aspettative da
parte di un pubblico più ampio. Un pubblico che ha sempre meno fiducia
nelle parole dei politici “di professione”.
Ora che l’arte è diventata così popolare e ha trovato il proprio spazio
nell’arena pubblica che cosa ha da dirci? Ci aspettiamo di essere
sorpresi da inattese invenzioni formali o che intervenga sulle questioni
più urgenti del nostro tempo? Forse siamo di fronte alla ricerca di
strumenti alternativi per innescare il cambiamento. Nel nostro mondo
post-ideologico, ci si aspetta dagli artisti la capacità di generare
valori e senso. Potrebbe essere considerato un sintomo di decadenza, ma
al tempo stesso di rinascita. Infatti l’esperienza estetica è
costruzione partecipata di senso, può dare vita a un universo che si
sviluppa come un programma “open source”, è una forma di democrazia
diretta. Contro le parole demagogiche e le soluzioni preconfezionate
prevale il desiderio di interrogarsi su di sé e sul mondo. E’ un
qualcosa che ha a che fare con lo spirito platonico del dialogo.
Gli artisti chiamati a partecipare a questa mostra pronunciano parole
che diventano opere tangibili, stimolano una riflessione che si alimenta
del sensibile. Più o meno direttamente e toccando diversi registri,
viene affrontato il tema del conflitto - dall’iconografia classica della
guerra alle contestazioni di piazza, dallo spirito di competizione nello
sport alle tematiche ecologiste. L’arte entra nel vivo della battaglia,
esprimendo quello spirito “rivoluzionario” che in qualche modo le
appartiene. Voglio concludere con le parole scritte da uno degli artisti
della collettiva per presentare il suo lavoro: “L’arte è guerra come
allo stesso tempo parola, è ancor più immagine. In essa sta il
significato così come il significante. Quel che conta è avere ben
presente i contenuti sui quali direzionare la propria forza: per
scardinarli o ribaltarli”.
Luca Vona
Dal 22 giugno al 2 settembre 2007
Inaugurazione 22 giugno ore 19
Via dei Navigatori, s.n. – Vecchio Borgo
S. Elia, Cagliari 09100
Tel +39 070 3838085 |
lazzaretto2000@camuweb.it |
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Orari
martedì/domenica 9.00/13.00 e 17.00/21.00
chiuso il lunedì
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