logo

 

 

 

 

 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

goose Ltd. \\\ design

 

 

Handle with care

di Mariacristina Bastante

A Murano dicono che il vetro è un materiale selettivo. Lo dicono senza presunzione, allargando le braccia e appellandosi all’evidenza dei fatti. Lo dicono – scuotendo un po’ la testa – a tutti quelli (artisti à la page o designer maître a penser ) che decidono ad un certo punto che, sì, faranno un oggetto in vetro e si presentano, armati di disegni il più dettagliati possibile, ad un maestro soffiatore dallo sguardo perplesso.
Parrebbe una questione meramente tecnica: ma nel vetro la tecnica – per mera che possa essere considerata dallo sprezzante teorico – ha molto a che fare con il procedimento creativo. Chi soffia – basta chiedere ad uno come Pino Signoretto, tra i maggiori maestri soffiatori viventi – sa che ogni forma rappresenta un sfida e che il virtuoso deve fare sempre i conti con i propri limiti. Il vetro pretende disciplina, senso pratico e smaccato realismo, salvo poi schiudere le porte di un universo fantastico di riflessi e trasparenze. La legge non scritta della fornace assomiglia al mito di Prometeo, ma con il lieto fine, perché – in conclusione – stiamo pur sempre parlando di una materia fluida e con un’attitudine metamorfica tale da premiare sforzi, fatiche, delusioni.
Ad artisti e designer contemporanei il vetro piace perché unisce quell’insieme di saperi antico che definisce una tradizione alle molteplici possibilità di variare, modificare, rinnegare: un vai e vieni continuo, tra ciò che era, è e sarà. C’è poi la questione non trascurabile del piacere sensuale – tutto compreso tra sguardo e tatto – che il vetro, sinuoso e ammaliante, appaga completamente. Come si fa, per esempio, a non rimanere letteralmente incantati dall’universo sospeso e subacqueo di Maria Grazia Rosin?
E laddove la funzionalità pare un aspetto irrinunciabile la risposta è ugualmente – e non sorprende – positiva: perché il vetro è intimamente legato ai rituali quotidiani, alla realtà – domestica, ma non solo –, alla semplice ritmica dei gesti di tutti i giorni.
Lo sa bene un glass designer come Arnout Visser che per gli olandesi Droog ha immaginato la più classica delle oliere (adesso inclusa, con altre chicche d’autore, in uno start pack per collezionisti): profili di un’eleganza d’altri tempi per enfatizzare una soluzione di sorprendente semplicità. L’ampollina contiene olio e aceto, insieme, che – proprio per le qualità fisiche di ciascun liquido – rimangono, invece, nettamente separati all’interno del contenitore. Con un risultato che sposa felicemente forma e funzione.
Interessante è il lavoro dello studio Olgoj Chorchoj (Michal Fronêk e Jan Nêmecek) che declina in una serie di collezioni una chiara riflessione sulle caratteristiche che distinguono il vetro dagli altri materiali e sulle differenti tradizioni legate alle tecniche di lavorazione. La produzione di Olgoj Chorchoj è una dichiarazione d’intenti tanto nitida quanto appassionata: forme basic e dettagli sparpagliati – ma invisibili allo spettatore distratto - come la lettera Poe. Il gioco è tutto lì: tra l’accecante evidenza delle cose e la rivelazione, improvvisa, dei particolari. Nei candelieri Tripod è un’algida bellezza a fare da padrona, nei vasi Gap e Inside Out è il contrasto trasparente/opaco, dentro/fuori a funzionare come fil rouge delle collezioni. Fino al caso esemplare dei bicchieri Czech Forest dove la spessa sfaccettatura non è solo un decor, quanto piuttosto una puntuale citazione di quello che un tempo era chiamato “vetro del bosco”.
Fedele alla sua cifra caratteristica di ruvida (ma elegantissima) noncuranza, Hella Jongerius ha disegnato per Galerie Kreo una serie di bottiglie-collage, dove vetro, ceramica e nastro adesivo colorato (griffato jongerius lab) convivono in un ensemble stravagante, ma efficace. Per la galleria parigina - specializzata in limited edition selezionatissime di arti applicate - Pierre Charpin ha ideato i vasi Playtime, colorata digressione sul tema del rapporto tra figura e sfondo, mentre Andrea Branzi ha affidato ad un’anonima numerazione da protocollo ministeriale (vase YG1203) il suo vaso-scultura “chiuso” in una struttura opaca e sabbiata. Ancora nel catalogo Kreo, lo sgabello di James Irvine realizzato a murano in vetro verde, giallo o blu: divertissement tanto minimale nelle forme quanto assolutamente pop nell’impatto.
Per Artecnica un Tord Boontje meno neoromantic, ma ugualmente ispirato, ha ideato con Emma Woffenden la collezione TranSglass, splendido esempio di quanto Mies Van Der Rohe fosse nel giusto difendendo a spada tratta il motto less is more. In effetti, dimostrano Boontje e Woffenden, a fare un bel vaso ci vuole meno di una bottiglia: tant’è che ne utilizzano le forme elementari – collo a cono e corpo a cilindro – per modulare una serie di oggetti di delicata bellezza. Tutti basati su un criterio di componibilità, declinato in chiave di sognante stupore. E visto che squadra vincente non si cambia, ancora su commissione di Artecnica, Boontje e Woffenden hanno realizzato una nuova collezione di specchi ispirati alle maschere tribali.
Un insieme di differenti suggestioni caratterizza gli oggetti-scultura di Tristano di Robilant: viaggio, amore, libertà, suono, desiderio di conoscenza, sul filo di un’opera epica com’è l’Odissea. Strumenti enigmatici o giocattoli, appaiono densi di riferimenti colti – dalla Metafisica al Surrealismo – eppure straordinariamente familiari, sospesi come sono tra istinto e conoscenza. Ed è questa, forse, una delle peculiarità del vetro: una miracolosa, intatta, componente quasi magica. Lo sa Tristano di Robilant, lo sapeva quel gran giocatore di scacchi che era Marcel Duchamp, quando affidava al caso, alla polvere e alla fragilità del materiale, il destino di una sua opera che si chiama – guarda un po’ – Grande Vetro.

 

[pubblicato sul numero di maggio 2008 di “Hot”]

 

 

 

back