QUATTRO
PICOLI INDIANI
Si chiamano Jitish Kallat,
Rina Banerjee, Justin Ponmany e Mithu Sen. Sono le promesse
dell’arte indiana nate dopo il 1970. Che lavorano in quel
laboratorio del nostro futuro che è il Subcontinente.
Quattro nomi da appuntarsi direttamente dalla più grande
democrazia del mondo…
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“L’india
può volare?” si domandava qualche mese
fa l’Economist in una delle sue copertine…
Qualunque sia la risposta, è certo che sono decollati i
prezzi di molti dei suoi artisti, che hanno raggiunto nelle case
d’aste record inattesi. Al di là del fenomeno
speculativo, delle mode del momento e della “campagna
pubblicitaria” orchestrata dal governo indiano (è
sempre The Economist a dirlo), evidenzieremo alcuni elementi
fondamentali della produzione artistica contemporanea indiana,
attraverso lavoro di quattro artisti.
Tra i pittori, Jitish Kallat
–rappresentato dalla Sakshi gallery di Mumbay- è
probabilmente il più quotato sul mercato internazionale. I
suoi lavori sono stati presentati non solo a Mumbay e Nuova Delhi, ma
anche in Europa, Nord America, Asia e Australia. La sua è
una pittura in cui convivono elementi autobiografici, frasi estrapolate
dal linguaggio quotidiano e simboli tradizionali, proprio come sui muri
delle grandi metropoli indiane. L’opera di Kallat
è esemplare perché mostra di aver saputo
assimilare e reinterpretare in chiave indiana e alla luce della
realtà socioeconomica contemporanea, la lezione della pop
art “storica” (che a sua volta, per la
verità, ha spesso attinto all’immaginario
dell’Estremo Oriente). Forse anche in questo risiede un suo
limite, nel fatto che i temi e i soggetti affrontati non sempre danno
vita, tra le mani dell’artista, a un linguaggio formale
davvero inedito. Ma è questa una caratteristica comune a
molta arte contemporanea indiana: si percepisce insomma, al di
là della volontà assimilatrice, il desiderio
degli artisti di comunicare attraverso idiomi che possano essere
facilmente decodificati dal sistema dell’arte contemporanea
globale. Lo spettatore si trova quindi facilitato nella comprensione di
una realtà distante ed estremamente complessa;
d’altra parte non viene sempre appagata la sua voglia di
“esotismo”.
Il carattere ambiguo dell’”esotico”
è uno dei temi fondamentali del lavoro di Rina
Banerjee, artista di origini indiane – è
nata a Calcutta- cresciuta negli Stati Uniti, dove vive e lavora. La
Baneerjee -che era presente all’ultima edizione di Greater
New York (una delle mostre pi PS1), e alla quale è stata
dedicata recentemente una personale dalla galleria AMT di Como-
realizza stravaganti installazioni utilizzando i materiali di recupero
più disparati (tubi di gomma, ramoscelli, cellophane, abiti
tradizionali indiani, lampadine). Sono lavori le cui istanze politiche
vengono veicolate da una poetica ironica e sagace che richiama le
tendenze Dada. Al di là del programma avanguardistico di
sconfiggere ogni concezione elitaria dell’arte, di spogliare
l’arte da ogni residuo di aura mistica, vi è forse
una volontà tipicamente indiana di riconoscere una pari
dignità e sacralità agli aspetti più
prosaici della vita quotidiana. I suoi disegni, sensuali e ironici al
tempo stesso, sembrano la metafora di una vita che brucia con effetti
pirotecnici. Attraverso brillanti cromatismi e ricorrendo anche
all’utilizzo delle bruciature l’artista
dà vita a una bizzarra cosmogonia, offrendo una
rappresentazione simbolica del reale, evocando l’esotismo
attraverso la rappresentazione della femminilità, nel suoi
carattere seducente e spaventoso al tempo stesso.
La mancanza di una narratività lineare, lo sviluppo del
lavoro attraverso il gioco delle libere associazioni e
l’attenzione per l’universo femminile
caratterizzano anche i lavori di Mithu Sen
(Burdwan, 1971). Ispirandosi all’ambiente delle
“withdrawing room”, dove le donne discutevano i
loro affari privati, Sen restituisce questo spazio alle legittime
proprietarie, le donne, ritraendone la solitudine e la
marginalizzazione. I suoi disegni traducono in immagini fantasiose
pulsioni e desideri che animano l’immaginario erotico
femminile, costretto a rispettare l’etichetta sociale del
silenzio. Fiori, frutti, animali e singole parti del corpo umano
vengono rappresentati in modo isolato o combinati tra loro,
all’interno di una struttura compositiva che ricorda
l’andamento di una conversazione, vivace ma sempre educata,
capace di alludere più o meno esplicitamente a una
concezione della sessualità posta al di fuori di ogni rigida
volontà classificatoria.
Incentrata sul concetto di “memoria plastica”
è la poetica di Justin Ponmany. Nato nel
Kerala nel ‘74, l’artista vive e lavora da diversi
anni a Mumbay ma è stato chiamato a esporre i suoi lavori in
numerose mostre personali e collettive a Nuova Delhi, Los Angeles, New
York, Londra e, recentemente a Milano (Spaziosempione). Ponmany lavora
sul concetto di “memoria plastica” rappresentando
attraverso opere quasi scenografiche città in continua
costruzione che esprimono amore, desiderio e perdita, negando la reale
esistenza di qualsivoglia “patrimonio culturale”.
La sua intenzione è quella di continuare la grande
tradizione della pittura, senza limitarsi a questo mezzo espressivo, ma
sperimentando anche le nuove tecnologie e materiali non convenzionali.
I suoi lavori appaiono infatti come ologrammi capaci di fondere
elementi figurativi e scenari architettonici.
Le opere di Ponmany -in cui convivono tendenze pop, minimaliste e
concettuali- come i dipinti di Jitish Kallat, testimoniano la rapida
trasformazione della città di Mumbay, i cui spazi fangosi
sono stati sostituiti negli ultimi anni da lussuose aree commerciali.
Quando si riferisce al concetto di
“plasticità” l’artista allude
tanto alla “non biodegradabilità” della
memoria (dal titolo dei una sua recente mostra alla Sakshi Gallery di
Mumbay) quanto alla flessibilità di pensiero in opposizione
alla ristrettezza di vedute che secondo Ponmany è
responsabile di un impantanamento nello sviluppo della classe media
indiana. La freddezza della fotografia digitale, utilizzata come
strumento di partenza dei lavori installativi- si sposa con una
attitudine contemplativa, capace di meditare sul tempo, lo spazio, il
decadimento e la resistenza delle identità locali nei
confronti del processo di globalizzazione.
Alla luce di quanto detto sopra e delle intenzioni espresse
all’inizio di questo articolo, è quindi possibile
identificare alcuni tratti comuni nella produzione artistica
dell’India contemporanea? Certamente no, se si andasse alla
ricerca di un carattere identitario fortemente marcato, di
quell’iconografia richiamata tradizionalmente dal senso
comune dell’uomo occidentale: tigri, leoni, strane
divinità, enfatizzazione dell’ornamento. La stessa
cultura indiana, i mille riti e dèi delle sue tradizioni
religiose, le centinaia di dialetti parlati dalle sue genti, la sua
concezione dell’uomo e della verità, sembrano
rigettare il concetto stesso di
“identità”. Eppure esistono dei tratti
peculiari, che fanno dell’India contemporanea uno dei paesi
di maggiore interesse da più punti di vista. Innanzitutto la
sua solida tradizione democratica, capace di dare ugualmente voce a
fedi, classi e caste spesso separate da un forte divario economico e
culturale. E poi l’ampia diffusione della lingua inglese,
retaggio del colonialismo britannico, ma ancora oggi lingua ufficiale
nelle università e importante strumento per ovviare ai
locali.
Forse proprio questi due elementi costituiscono il vantaggio
competitivo dell’India e dei suoi artisti nei confronti della
realtà cinese. Una maggiore tutela della libertà
di espressione e la maggiore permeabilità con la cultura
Occidentale, garantita proprio dall’ampia diffusione della
lingua inglese, rendono la sua arte contemporanea meno
“altra”, forse meno “esotica”
ma certamente più comprensibile e più affine alla
nostra sensibilità. Il collezionista attento poi, non
mancherà di ricercare in essa gli elementi di quel processo
di trasformazione in corso che fa di questo paese –come
afferma Federico Rampini- “il laboratorio del nostro
futuro”, un’impegnativa sperimentazione di
democrazia, di integrazione delle diversità, di equilibrio
tra assimilazione ed “export” culturale. Se
l’India vincerà la sfida, anche il resto del mondo
probabilmente potrà farcela. E forse qualche pronostico
possono offrircelo anche i lavori dei suoi artisti…
luca vona
articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 33 e su
Exibart.com il 23 Ottobre 2006
[pdf] [articolo su Exibart.com]
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