NEW YORK, NEW
FOLK
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Levità del tono, ferialità e magari
disimpegno. Loro sono i nuovi Pro-Am dell’arte, i dilettanti di lusso della
pittura. Che si possono permettere una ricerca ‘a domicilio’, lontana dagli
stilemi mainstream. Per consentireci di appendere in salotto un quadro senza che
nostra suocera inarchi il sopracciglio. Loro sono i New Folk e New York si
appresta a celebrarli.
Alcuni recenti sviluppi della pittura
americana sembrano rilevare con particolare sensibilità i cambiamenti e il
divario sempre più marcato che attraversano la realtà socio-culturale
contemporanea. Da un lato le proposte di intrattenimento, formazione e
informazione sembrano tendere sempre più verso l’oligarchia o il monopolio.
Anche la sempre maggiore scarsità di tempo libero rende difficoltoso alla
maggior parte delle persone trovare uno spazio per approfondire la coscienza di
sé e del mondo. D’altra parte è indubitabile che le innovazioni radicali nelle
tecnologie e nelle comunicazioni e la loro diffusione a basso costo hanno reso
possibile una maggiore democratizzazione della cultura, contribuendo, tra
l’altro, allo sviluppo di quel fenomeno che i sociologi americani hanno definito
“Pro-Am Revolution”: ovvero la rivoluzione dei dilettanti professionisti. In un
articolo apparso recentemente sul Chronicles Reviews così Bill Evey e
Steven J. Tepper definiscono i Pro-Ams: “si tratta di persone che hanno
acquisito abilità di alto livello in una particolare arte, in un hobby o in uno
sport. Non sono professionisti ma sono bravi abbastanza da poter presentare il
loro lavoro pubblicamente e dare un serio contributo a una comunità che
condivide gli stessi interessi”. Nella storia degli ultimi decenni gli esempi
non mancano di certo: la musica ”fatta in casa” ha dato vita a generi musicali
come il Rap e l’House; comete e altri corpi celesti sono stati scoperti da
semplici astrofili; centinaia di bloggers hanno generato una fitta rete di
informazione indipendente. Stiamo quindi assistendo a una “rivitalizzazione
della cultura popolare” –per usare le parole dello studioso del MIT Henry
Jenkins- che ha determinato una delle principali svolte del ventunesimo secolo
-paragonabile forse a quella gutemberghiana- soprattutto tra chi possiede
discrete risorse economiche e abilità tecniche in grado di permettergli di
costruirsi un personale orizzonte culturale e chi invece è costretto a un numero
più limitato di scelte offerte dal sistema dell’informazione ufficiale e
dell’intrattenimento culturale “professionale”.
Fortemente radicato nella cultura
popolare, a tal punto da evocare gli stilemi dei “pittori della domenica”, è il
New Folk, tendenza di punta della nuova figurazione americana. Mescolando
sapientemente cultura “alta” con elementi vicini alla sensibilità popolare, il
New Folk riesce a parlare a tutti in un linguaggio di facile comprensione.
Differentemente dalla Pop Art, vengono richiamate non tanto le icone della
cultura di massa, quanto piuttosto la sua stessa capacità di esprimersi
attraverso codici semplici, a volte banali, e di rappresentare un mondo
altrettanto semplice e -apparentemente- “banale”: quello delle persone a cui si
rivolge. La naiveté dei dipinti folk è un mezzo per veicolare contenuti morali
(non più solo di critica verso la società dei consumi, come accadeva nella Pop
Art) che celebrano l’eroismo e la bellezza della dimensione feriale
dell’esistenza, delle piccole azioni di ogni giorno, contrariamente a
quell’”estetica dello shock” che ha caratterizzato gli ultimi decenni dell’arte
e non solo. E’ uno stile che dal punto di vista formale sembra richiamare la
limpidezza, la cordialità e gli ideali domestici del Biedermeier, anch’esso
affermatosi in una società che manifestava un diffuso bisogno di tranquillità
dopo i burrascosi avvenimenti dell’età napoleonica.
Il New Folk non va considerato come un
movimento ufficiale, esso è costituito da un gruppo di artisti accomunati dal
fatto di lavorare a New York e di avere scelto il disegno e la pittura come
medium di elezione per esprimere un rinnovato senso etico dell’arte. Alcuni di
questi artisti godono ormai di una consolidata fama internazionale. Marcel
Dzama ad esempio è celebre per i suoi disegni caratterizzati da un’ironia
cupa e surreale, acquisiti dal MOCA di Miami e presentati in numerosi spazi
pubblici e privati. E’ stato invece chiamato ad esporre da Charles Saatchi per
il quarto episodio della rassegna “The Triumph of Painting” Jules de Balincourt,
l’anima più esplicitamente politicizzata del gruppo. I suoi lavori sono pervasi
da un’atmosfera apocalittica e ritraggono masse in fuga da recinzioni, stanze
dei bottoni, deflagrazioni multicolor. Balincourt è rappresentato da uno dei
galleristi-leader di New York, Zach Feuer, il quale ha saputo imporre al mercato
giovani talenti, scoperti in famose università americane (come la Columbia e
Yale) quando ancora non avevano conseguito il diploma
accademico.
Nei lavori di altri artisti neofolk il
contenuto morale è molto meno esplicito; i disegni di Amy Cutler parlano
attraverso metafore, con un linguaggio fiabesco; hanno per protagonisti per lo
più donne impegnate in attività bizzarre come cucire pelli di tigre o cavalcare
un elefante intrappolato sugli alberi. Attraverso queste presenze animali
l’artista sembra richiamare una capacità quasi darwiniana da parte delle donne
di adattarsi alle difficoltà della vita. I dettagli di ogni dipinto sono curati
con grande attenzione: scarpe, borsette e tessuti, sono rappresentati con
dovizia di particolari. Le eroine della Cutler vivono una quotidianità dalle
sfumature epiche e surreali; compaiono spesso in uniforme, forse per alludere a
una sorta di reclusione monastica ma anche all’appartenenza ad una collettività.
L’artista ha recentemente esposto al PS1 per Greater New York e al Museo Kiasma
di Helsinki per ARS 06. La rivista ArtReview le ha dedicato un articolo
all’interno di un più ampio servizio sul New Folk.
Un altro pittore rappresentato dalla
galleria LFL di Zach Feuer – ma che ha cominciato a farsi notare anche in Europa
presso la torinese Glance e la svizzera Groeflin Maag (Basel)- è Ridley
Howard. I suoi dipinti rappresentano personaggi dall’aria un po’ svampita,
in situazioni di banale ferialità. Ricordano in parte lo stile di Alex Katz ma
sono testimoni soprattutto di una passione per la pittura italiana, dal Beato
Angelico a De Chirico. Fondamentale per l’artista è comunque la ricerca costante
di una “levity of tone” che gli permetta di dialogare con un vasto pubblico,
stimolandolo a completare dei racconti appena accennati.
Un analogo senso di frammentazione e
incompiutezza, che richiama la struttura narrativa delle canzoni pop, lo si
ritrova nei lavori di Jockum Nordstrom, la cui iconografia richiama
frequentemente il mondo della musica (lo stesso pittore è anche un musicista).
Troviamo i personaggi dei suoi dipinti impegnati in passatempi lascivi
all’interno di un contesto urbano industrializzato dove sono venuti meno i
limiti tra pubblico e privato: i tetti delle case sono scoperchiati, le porte
semichiuse, i muri parzialmente abbattuti. Nordstrom ha esposto nel 2004 alla
Tate Modern e come Marcel Dama è rappresentato dalla galleria di David
Zwirner.
Holly Coulis ha esordito nel 2002 in una doppia
personale con Dana Schutz –ancora una volta presso la galleria LFL di Zach
Feuer. Per dirla con Charlotte Mullins -che già nell’agosto 2005 parlava di New
Folk in un lungo articolo sul Financial Times- i suoi lavori “li puoi appendere
in salotto senza temere che tua suocera inarchi un sopracciglio”. Si tratta di
persone comuni, familiari nelle imperfezioni dei loro volti, raffigurate in
gesti e pose altrettanto comuni. Come nei lavori di Amy Cutler anche qui
compaiono spesso animali, ma in questo caso sembrano voler predicare il ritorno
a uno stato di maggiore semplicità, o forse costituiscono una sorta di alter-ego
del protagonista del ritratto.
Il successo di questi artisti si
inscrive certamente nel rinnovato interesse per la pittura “lowbrow”, già
attestato nelle ultime edizioni di fiere come Art Basel e Armory Show, dove i
lavori di outsider come Martin Ramirez hanno raggiunto cifre esorbitanti .
La scelta della pittura e del disegno,
dopo un decennio inflazionato dall’arte digitale, è dettata dalla capacità di
questi media di comunicare in maniera più diretta l’intimità dell’artista. Anche
la semplificazione formale esprime la volontà di trasmettere con immediatezza
sentimenti ed emozioni capaci di far fronte al crescente malessere sociale.
Che si tratti di autentico amore per
il “popolo” o di moda populista è forse ancora presto per dirlo, quel che è
certo è il coincidere di questa nuova attitudine con il cambiamento di umore dei
cittadini statunitensi –e non solo- nei confronti di una politica paternalistica
e interventista, la volontà di riscoprire la limpidezza e la tranquillità degli
ideali domestici dopo i burrascosi eventi di inizio millennio.
Luca
Vona
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