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goose Ltd. \\\ Torquemada
di Luca Vona
“Adesso siamo pieni di artisti indiani. Di botto. Mica tanto tempo fa, eravamo invasi da mostre di quelli cinesi, e anche gli africani hanno avuto il loro quarto d’ora”. Nel numero del Giornale dell’Arte di Dicembre 2007, per la sua rubrica “Il criptico d’arte”, Flaminio Gualdoni offre un’ironica invettiva contro l’interesse degli occidentali – a parer suo smodato e modaiolo – nei confronti dell’arte contemporanea indiana e cinese. Quel che sfugge al “criptico d’arte” è che la meteora dell’arte aborigena o africana non era sostenuta da una economia come quella cinese o indiana, con tassi di crescita tra il 5 e l’8% l’anno. Il reddito aggregato della Cina dovrebbe raggiungere quello degli Stati Uniti nel 2025 e il 40% del reddito mondiale nel 2040. Oggi la Cina è il più grande investitore internazionale, con riserve valutarie oltre i mille miliardi di dollari. Negli ultimi sei anni l’attività delle banche centrali asiatiche è cresciuta con tassi medi annui del 20% mentre uno studio recente di McKinsey stima che nel 2012 le riserve delle banche centrali asiatiche avranno raggiunto un ammontare superiore al 60% dell’industria globale dei fondi pensione. Ecco perché non le abbiamo fatte dieci anni fa le mostre sull’arte indiana. Certamente “un cinquantenario suona meglio di un sessantenario”, ma proprio in questi ultimi dieci anni la Tigre e l’Elefante si sono sollevati innanzi allo stanco impero occidentale. Il punto più debole della tesi gualdoniana è proprio il sospetto di colonialismo. O meglio, il rischio reale è quello di un colonialismo asiatico nei confroni dell’occidente, di una vera e propria “reconquista”. Come faceva notare Guido Tabellini, in un articolo sul Sole 24 Ore del 4 novembre 2007, movimenti di capitali di così grandi dimensioni sono determinanti per l’andamento dei mercati, possono alimentare bolle speculative, e naturalmente se investiti in singole aziende o in alcuni settori possono essere sfruttati a scopo politico. La nuova grande borghesia cinese e indiana, dotata di risorse finanziarie fino a qualche anno fa inimmaginabili, sarà in grado di influenzare fortemente il mercato dell’arte - contemporanea e non. Il mercato dell’arte contemporanea indiana, in particolare, è sorretto dagli stessi indiani, da una schiera di nuovi ricchi con una età compresa tra i 40 e i 50 anni, che hanno costruito la loro fortuna sul miracolo economico avviato da capitani dell’industria come i Tata, i Mittal, gli Ambani, i Birla, i Mahindra, i Mallya. Se realmente di moda si tratta, possiamo essere certi che la stagione dell’arte cinese e indiana durerà ancora a lungo. Ma è difficile considerare l’attenzione degli occidentali per l’arte contemporanea di questi paesi un semplice fenomeno di costume. Soprattutto per quanto riguarda il caso dell’arte contemporanea indiana, la questione affonda le radici in un passato relativamente recente. Esiste, infatti, un legame profondo tra la cultura occidentale e quell’intreccio di differenti linguaggi, percorsi, tradizioni che costituisce il milieu indiano. La storia dell’India è una storia di assimilazioni, in cui l’Europa ha un ruolo ben preciso. Il fatto che una delle due lingue ufficiali del paese sia l’inglese non è un mero lascito dell’ex madre patria, bensì un elemento significativo nella definizione dell’identità culturale indiana e nella complessa tessitura dei rapporti tra questa e il mondo occidentale. Basta andare di poco indietro nel tempo perché i punti di contatto appaiano evidenti. L’india dell’Ottocento è stata testimone di grandi trasformazioni culturali e tecnologiche: gli insegnamenti delle scuole d’arte coloniali, la circolazione di opere d’arte e stampe europee nel mercato locale, la diffusione della fotografia hanno portato alla nascita e alla crescita di una nuova imagerie popolare. La prospettiva e la componente mimetica dell’arte occidentale furono assorbite e rielaborate: lungi dalla banale ripetizione dei canoni stilistici altrui, gli artisti indiani dell’epoca inventarono ex novo un immaginario sincretico, ma originalissimo, in cui gli elementi tradizionali erano pregni di un’inedita componente sensuale. Così i successivi sviluppi nei campi del teatro, del cinema, delle arti visive non possono considerarsi indipendenti o estranei rispetto a quelle nuove istanze estetiche: in questo senso non fa eccezione neanche l’arte delle ultime generazioni. Nata da una democrazia che ha meno di un secolo - l'indipendenza dal Regno Unito è avvenuta nel 1947 - la cultura indiana contemporanea si confronta costantemente con l'eredità post coloniale: e se questa, in sé, non costituirebbe una peculiarità (la quasi totalità dei paesi emergenti sulla scena dell'arte internazionale ha subito una storia simile) è certamente peculiare il modo in cui tale eredità è vissuta, abitata e consapevolmente rielaborata nel "caso" indiano. L'identità culturale indiana è multiforme: assorbe e dialoga, accoglie e compone stimoli ed elementi apparentemente eterogenei. Il risultato non è una sorta di “marmellata” pseudo-ecumenica, non è il “meltin’pot” che appiattisce e mortifica le identità dei popoli, riducendole a un’amalgama indistinta; nasce piuttosto da un dialogo continuo tra modernità e tradizioni millenarie, pensiero razionale e attitudini misticheggianti. E l’arte contemporanea del subcontinente piace ai collezionisti europei o statunitensi perchè dietro i suoi mille volti si percepisce anche qualcosa della nostra cultura.
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