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IRINI KARAYANNOPOULOU, "Negociating Gravity" - TEMA CELESTE (116), tiziana conti

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"IL MATTINO", Napoli, 18/03/2006     

La valle di Meghiddo rivisitata dall’arte

Cortocircuiti di culture, stili ed ideologie generano «Meghiddo», la collettiva curata da Luca Vona che propone opere di Panayiotis Michael, Federico Solmi, Peter Donaldson e Franklin Evans, di scena alla Not Gallery di piazza Trieste e Trento 48. Il titolo della mostra richiama il nome della valle palestinese in cui, secondo la tradizione giudaico-cristiana, si svolgerà la battaglia finale tra le forze del bene e quelle del male. Così Panayiotis Michael presenta un intervento site-specific, che ha la sua origine nel lavoro realizzato per il padiglione di Cipro alla recente Biennale di Venezia, dove la foglia, uno degli elementi più innocenti della natura, moltiplicandosi all’infinito esprime una insospettabile aggressività: «Ho collegato diversi schizzi, mai riuniti prima, in un progetto completo - spiega l’artista greco - che visualizzasse l’immagine che avevo in mente». In un lavoro che procede per aggregazione, dove il progetto affascina il suo autore quasi più dell’opera compiuta, il disegno diviene il medium di elezione per esprimere il sovrapporsi di universi in divenire e le differenti velocità che li caratterizzano. Rivisita la leggenda di King Kong Federico Solmi, che presenta una locandina inedita e la nuova videoanimazione (composta da più di mille disegni realizzati a mano, con l’aiuto dell’esperto di grafica 3D Russell Lowe) dal titolo «King Kong and the End of the World», dove il gorilla - ovviamente superdotato - rappresenta l’avvento di un messia animalesco e brutale, ma fondamentalmente buono, deciso a spazzare via un mondo le cui pretese di civiltà si scontrano con le ingiustizie, la solitudine e l’egoismo da esso quotidianamente alimentati. E minacciosamente apocalittico è anche il titolo («The Fall of Babylon») del video di Peter Donaldson, artista scozzese che nel suo lavoro lega lo stile dei cartoons giapponesi dei Manga con le leggende della sua terra: in mostra anche alcuni poster digitali e lavori a penna, carboncino e acquerello su carta («Warriors of the Wasteland»). Infine lo statunitense Franklin Evans, che utilizza la fluidità del mezzo espressivo - acquerelli estremamente ricchi e lavorati - per rappresentare il carattere instabile del mondo contemporaneo, «la sua tensione permutativa, facendo fiorire mondi su mondi attraverso un colore denso e lussureggiante». Fino al 28 aprile: lun/ven ore 13-19, sab/dom su appuntamento (tel. 339/2568417).

tiziana tricarico

 


 

Exibart.com

mercoledì 5 aprile 2006

Meghiddo, NOT Gallery, Napoli

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Un curatore sabaudo sbarca nella capitale delle Due Sicilie. Ed è subito Apocalissi. Quattro artisti internazionali “squilibrati” in un epico scontro di forze. Dalla Grande Mela alla Grande Meretrice…

L’epica lotta tra il bene e il male, l’eterna dicotomia tra potenza e atto, il finto contrasto tra serio e faceto: tutto parla di forze opposte in questa collettiva alla Not Gallery che, caso più unico che raro per le consuetudini cittadine, affida la curatela ad un esterno, il torinese Luca Vona. La strada per la sprovincializzazione passa in questo caso per Meghiddo (o Harmaghedon che dir si voglia), sorta di Caporetto biblica dove, secondo le Sacre Scritture, si consumerà lo scontro finale. Ma che una disfatta epocale sia già in atto lo denunciano diversi passaggi di una collettiva dall’impianto programmaticamente e metaforicamente squilibrato, in cui i componenti del quartetto si esibiscono da solisti, senza rubarsi la porzione di scena loro assegnata.
Limitato, ma congruo lo spazio richiesto dalle tre tecniche miste di Franklin Evans (Reno, Nevada, 1967): paesaggi fluidi dai tratti ondeggianti e dalle cromie psichedeliche, “poesie” simboliste traslate in una dimensione surreale, dove la presenza umana si deduce per allusione o, addirittura, per ellissi. Al contrario, Panayiotis Michael (Nicosia, 1966) non solo invade un’intera parete con un “rampicante” nato per germinazione dal seme gettato nel padiglione cipriota alla scorsa Biennale veneziana, ma sconfina nell’ambiente di ingresso con un’altra emanazione botanica. Disegni che, partendo da un minuscolo e spesso ironico presupposto, proliferano mostruosamente e si nutrono di se stessi, attraverso la replica rituale del modulo-base della foglia, elemento puro che però, se incontrollato, può diventare infestante. Lavori, dunque, teoricamente aperti a sviluppi illimitati e volutamente condannati all’incompiutezza, cartine di tornasole di un disagio politico radicatosi sotto forma di disorientato scetticismo personale.
 
Il ritorno allo stato di natura dopo l’insopprimibile ribellione corona il King Kong di Federico Solmi (Bologna, 1973), il quale, supportato tecnicamente da Russel Lowe, rielabora il ricorrente mito del self made man in un’animazione più arrabbiata e colorata del solito: qui l’eroe veste i peli del giustiziere che, messi a ferro e fuoco i templi del Sistema (Gagosian Gallery e Guggenheim compresi) e rigurgitati i top manager di Wall Street, ingaggia un titanico duello con la Statua della Libertà, brandendo le icone del capitalismo. Scontato l’esito della tenzone, perfezionato, dopo la trionfante minzione “lustrale”, in un finale ottimista ed edenico.
E se New York City è per l’italiano la grande meretrice, l’apocalittica Caduta di Babilonia viene raccontata dallo scozzese Peter Donaldson (Edimburgo, 1980) in uno spassoso trittico di video intenzionalmente artigianali e deliziosamente irriverenti, insaporiti da un misto tra humour britannico e cultura nipponica. Tonalità ed “effetti speciali” anni ’70, ritmi comici, echi del teatro kabuki e ambientazioni (neo)gotiche, che spingono sul pedale del grottesco nella caratterizzazione dei personaggi: la Bestia-Nabucodonosor è un goffo disco-dancer in calzamaglia, il Cavaliere celeste un frenetico girotondino armato di katana

anita pepe