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Kitchen stories di Mariacristina Bastante C’era una volta Doña Flor alle prese con i suoi due mariti e con una cucina delle meraviglie. La racconta così, tra fornelli, ricette e sortilegi, quell’incantatore di parole che fu Jorge Amado, mescolando allegramente – fin quasi a non raccapezzarcisi più – finzione e realtà. E nell’intreccio surreale d’apparizioni, sentimenti e sapori è proprio la cucina di Flor a farla da padrona: un po’ rifugio, un po’ fucina fantastica, palcoscenico e ultimo baluardo di una quotidiana normalità. A questa normalità, corretta con un po’ di magico stupore, s’ispira l’onda lunga del nuovo design: quello che ha messo la testa a posto e agli eccessi preferisce un’amabile conversazione. Perché – ormai si sa – le rivoluzioni, almeno quelle di stile, hanno bisogno di parole (tante) e di qualche bon mot. Dunque, nessuna dichiarazione d’intenti: piuttosto uno sguardo che riesca ad essere contemporaneamente allargato (nel senso più globale del termine) e familiare. È il doppio binario su cui si muovono i designer delle ultime generazioni, quelli che hanno viaggiato molto (ma non in business class) e poi sono tornati (almeno metaforicamente) a casa. E adesso guardano oggetti e ambienti – che ci sono e che verranno – con la consapevolezza che l’innovazione è dolce, ma risoluta e che c’è, sì, tanto da fare, ma anche tanto da recuperare. Molto del nuovo design ricomincia dal quotidiano, abita di proposito i luoghi comuni, mescola innocenza e cognizione di causa. Progettare una cucina è una sfida ed è una bella gatta da pelare: vuoi perché l’ambiente domestico per antonomasia al di là di qualche miglioria tecnologica tenderebbe a conservarsi sempre identico a sé stesso, vuoi perché dopo l’avvento del componibile d’aggiungere elementi nuovi sembra improbabile anche solo parlarne. Allora, che si fa? Si disintegra la cucina, come hanno fatto i fratelli terribili Ronan & Erwan Bouroullec, oppure si ricomincia daccapo, magari partendo proprio dalla “materia prima” che si tratta in cucina. E il cibo, materiale di per sé sorprendente, non tradisce le aspettative. Lo dimostra, uno per tutti, il catalano Martì Guixè ex-designer per sua stessa definizione, ma food designer convinto dal 1997, data d’un indimenticabile esordio alla galleria H20 di Barcellona. Con una precisazione, assiomatica e surreale, summa perfetta del guixè pensiero: “a food designer is somebody working with food, with no idea of cooking”. Fedele alla premessa, Guixè fa del cibo un divertissement a suon di techno tapas, olive “atomiche”, biscotti monogrammati e griffati, torte farcite a mo di grafici che illustrano la percentuale degli ingredienti presenti, fino a toccare l’aspetto performativo con tanto di karaoke culinario o party con nebbiolina artificiale all’aroma di gin tonic. La sua Contemporary Domestic Urban Kitchen Unit è ambiente ridotto all’osso, eppure straordinariamente familiare, con il frigo e il forno incolonnati a formare una sorta di totem casalingo. Compatta ed elegante nelle forme è la Cucina all in one del brasiliano Franco Marino Cagnina: tavolo, piano cottura, forno, lavastoviglie, frigorifero e cassetti trovano posto in un unico elemento, un parallelepipedo cromato, con gli angoli opportunamente arrotondati. Ipercontemporanea senza peccare d’eccessiva freddezza, Cucina somiglia ad un’isola, ad un rassicurante approdo quotidiano. Semplice e geniale la risposta degli olandesi Droog in ambito cuciniero: contrari per principio a qualunque trend glassato si sono inventati il primo Slow Fast Food, unendo gli opposti e quadrando il cerchio. Porzioni piccole, ma gustose, clima rilassato (go slow è una regola di vita per i droog addicted), arredi, posate e stoviglie ovviamente di design, dedizione maniacale per gli ingredienti: che sono lì, sotto gli occhi del visitatore-consumatore, per una volta soddisfatto e consapevole. Tile Kitchen, progetto a più mani firmato da Arnout Visser, Erik-Jan Kwakkel e Peter van der Jagt, invece, è il pretesto per rivedere i termini di funzione, forma e i relativi rapporti: la cucina è risolta in un unico elemento multifunzione dal design candido e spartano da cui spuntano qui e lì piccole e grandi invenzioni, per semplificare percorsi e gesti quotidiani. Del resto che l’ingrediente fondamentale parlando di cibi e cucina sia proprio la cura complessiva eppure dettagliata dell’ambiente lo dice anche Marije Vogelzang, food designer di fiducia della factory olandese e fondatrice di Proef officina-esperimento per cibi che si mangiano prima di tutto con gli occhi. Marije - che progetta cose da mangiare fin dai tempi del diploma presso la Design Academy di Eindhoven – spiega in tutta tranquillità che quanto c’è nel piatto non è che l’ultimo aspetto della questione. Perché cibo, pasti e cucina sono diventati sempre più – in barba a chi denuncia la solitudine dell’uomo contemporaneo – una faccenda collettiva. Così lo sguardo del designer – che s’occupi di mobili o di manicaretti poco importa – d’un tratto s’intenerisce, abiura la science fiction per l’orizzonte domestico, non immagina più stanze algide e case museali, ma persone che abiteranno le une e le altre. Sente i rumori che ci saranno, immagina i movimenti. Adrien Rovero spiega come il progetto Cucina Festiva nasca dall’idea che preparare da mangiare tutti insieme possa essere parte di una festa. Alzi la mano chi non ci si è trovato coinvolto, ma pochi l’avrebbero immaginata come una possibile fonte d’ispirazione. Rovero ne ha tirato fuori un pezzo dal design essenziale, ma “caldo”: tanto lineare quanto divertente nelle trovate ergonomiche e salvaspazio. Cucina Festiva è concepita per essere facilmente smontata e rimontata: s’affitta, quando occorre, ed è subito lì, bella e pronta. Perché – i designer lo hanno imparato - essere cittadini del mondo è un concetto un po’ troppo vago e allora è meglio far così: riuscire ad avere un po’ di casa ovunque, a portata di mano. [pubblicato sul numero di luglio-agosto 2008 di “Hot”]
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