Ionesco's friends
Torino, Galleria Francosoffiantino
Partendo
dall'assunto che "non c' è nulla di più sorprendente della banalità e il
surreale si trova nelle nostre conversazioni quotidiane" la curatrice Irina
Zucca Lombardelli, ha voluto esplorare attraverso i lavori degli artisti in
mostra, il risvolto misterioso e assurdo che si nasconde al di là del reale.
I video di
Kate Gilmore si presentano come micronarrazioni dal carattere compulsivo e
mostrano diversi personaggi- -interpretati dall’artista stessa- in una
estenuante lotta contro un ambiente ostile. Non manca una forte componente
ironica, che tuttavia non toglie nulla al senso di angoscia esistenziale
comunicato dal messaggio di fondo se, come affermava Charlie Chaplin, la
commedia non è altro che la tragedia vista col binocolo. La Gilmore, in
occasione dell'opening della mostra, ha anche presentato una performance, il cui
"residuato artistico" è costituito da una montagna di suppellettili fatte a
pezzi. Tratto comune dei lavori dell’artista -che ha partecipato alla collettiva
“Greater new York” al PS1-MOMA di New York (2005)- è la rappresentazione di un’
epica della quotidianità, laddove assistiamo alla lotta dell'individuo nell'atto
di fare prevalere i propri "disegni" su di una realtà ostinatamente irrazionale.
L’artista
pakistano Ryan Johnson –anche lui presente alla grande collettiva del PS1- vive
e lavora a New York, dove si è diplomato alla Columbia University. Le sue figure
a dimensioni reali, realizzate con “bende” di tela dipinta, sono sculture con
una forte componente pittorica; personaggi in abito formale da lavoro emergono
dalle due dimensioni –evocative di un’esistenza piatta e costrittiva- ma le
forme fragili che li compongono sembra che debbano riafflosciarsi su se stesse
da un momento all’altro.
Leggerezza e
inquietudine caratterizzano anche le sculture di Rachel Owens. Nello spazio al
piano interrato della galleria, l’artista presenta un’installazione con sculture
di cartone raffiguranti cani feriti e mutilati intorno a un falò e diverse
bottiglie molotov. Un SOS in codice Morse riecheggia nell’ambiente immerso nella
semioscurità e avvicinandoci possiamo notare che sul cartone che compone le
sculture – raffiguranti i cani bomba utilizzati per compiere attacchi
terroristici- sono ancora visibili i marchi di alcune importanti aziende
automobilistiche torinesi.
L’artista
taiwanese Kuang-Yu Tsui espone una serie di video che documentano performance da
lui registrate, che hanno la metropoli come scenario di azioni volte a
sovvertire le convenzioni sociali, i codici comportamentali predeterminati. Così
lo vediamo giocare a bowling usando dei piccioni come birilli o utilizzare un
parco cittadino come campo da golf. L’artista indaga anche i concetti di
identità e di ruolo, considerati nella loro natura effimera e fluttuante, nel
contesto della società globalizzata o di una nazione isolata dal contesto
internazionale come Taiwan. Altro elemento che ricorre nel suo lavoro è quello
degli “scarti” della società dei consumi: in uno dei suoi video il protagonista
salta pericolosamente da una parte all’altra di uno spazio delimitato da una
riga bianca, nell’intento di schivare vari rottami che si abbattono pesantemente
al suolo.
Luca
Vona
[exibart]
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