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Il Pentito

 

«Carichi sospesi, pedoni sul lato opposto»

 

Il pentito è la rappresentazione di un accumulo, di una staticità carica di tensione. Come quella di un carico sospeso. In quanto rappresentazione consente allo spettatore di trovarsi in un al-di-quà che lo mette al riparo dal percolo che una verità troppo grande gli cada sulla testa.

Il pentito è un uomo di cui, come in un dramma brechtiano, non ci è dato sapere chi sia, da dove venga e dove vada; un protagonista così anonimo che ci rappresenta meglio di chiunque altro. Una scultura ce lo mostra solitario, sovrastato da una costruzione immensa, fragile, stratificata, che si para innanzi al suo cammino… al termine di un viaggio che deve essere stato lungo, comunque faticoso. Poi spugne, gialle, come quelle per la cucina o per il bagno; impregnate di esperienze, pronte per ripulire peccati. Un corpo di pixel, in una ambiente in bilico tra claustrofobia e agorafobia: cinque mura anguste e ancora spugnose, aperte sul vuoto, una sedia davanti all’abisso. Un corpo di carne, sudore e vene gonfie di sangue. L’esistenza che si fa pericolante. Poi ritrova un equilibrio, seppur precario, e ricomincia a fremere.

Ermetiche didascalie ci guidano in un percorso labirintico segnato dal progressivo accrescimento del livello di realtà. Perché la conoscenza di una verità complessa e perturbante come quella di noi stessi non può che essere graduale; per necessità ontologica e pedagogica. Siamo infatti chiamati a presenziare ad un processo inquisitorio dai toni escatologici, che attraverso una “costruzione” quadripartita ci si fa sempre più prossimo. Sono quattro strati-atti-movimenti, più una scultura-monumento che è come un ricorso in appello.

Gaido e Lappano scompongono la struttura tradizionale della rappresentazione drammaturgica, come attraverso un prisma capace di liberare le potenzialità espressive dell’arte, nei diversi media linguistici del contemporaneo. E’ una pluralità mediale che muove dalla fede nella capacità dell’ arte di porre in opera la verità, concepita, nondimeno, in maniera relativa, prospettica, costretta nel limite della stessa forma che l’annuncia.

 

Luca Vona

 

 

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