![]()
|
I migliori amici delle ragazze di Mariacristina Bastante Non pensate a Tiffany (dove niente di brutto può accadere), al viso malinconico di Audrey Hepburn, al racconto – ruvido e delizioso – di Truman Capote. Dimenticate, per un attimo, che la caratteristica principale dei gioielli sia “semplicemente” di essere preziosi. Concentratevi sulla forma. Tra gioielli, arte e design esiste un legame plurisecolare. Questione di stile, certamente, ma – soprattutto – capacità di rinnovamento. Non si tratta solo di modificare i profili, le curve, gli spessori, gli spigoli. Perché oro, argento, platino, perle, pietre preziose sono materiali estremamente difficili da maneggiare: lo sanno bene tutti quegli artisti e quei designer che si sono confrontati, nel corso del tempo, con una delle più complesse tra le arti applicate. Senza contare chi – dal primo Rinascimento in poi (e sono tanti) – è arrivato all’arte tout court passando per l’oreficiera. Li riconosci subito, con un esiguo margine d’errore. Dalla precisione maniacale, è indubbio, ma anche da quell’inconfondibile virtuosismo che modella i volumi attraverso la grazia nervosa di una linea. Senza tradire alcuna difficoltà. Difficile resistere al fascino dei gioielli: al di là del valore commerciale, c’è un insieme di suggestioni, un’alchimia antica, impossibile da esplicitare. Pendenti, anelli, bracciali, orecchini celano un recondito passato di amuleti: ornamenti per il corpo intrisi di una componente misteriosa che sollecita gli strati più profondi dell’immaginazione. Dall’allure apotropaica al gioco concettuale il passo è breve: così per gli artisti contemporanei cimentarsi con la creazione di gioielli rappresenta una sfida, che corre su un doppio binario. Da un lato, c’è l’aspetto puramente estetico, dall’altro c’è il problema – fondamentale – del significato. Perché a questo punto al gioiello d’artista, oltre che essere bello e prezioso, s’impone anche di avere “qualcosa da dire”: un messaggio da decodificare, un gioco ulteriore che s’aggiunge alla seduzione discreta dell’oggetto mostrato. Dalle fantasie surrealiste di Meret Oppenheim in poi è tutto un fiorire di soluzioni inaspettate: dal ripensamento di forme e funzioni, all’immancabile componente ironica, all’elegia lieve, eredità post romantica, che spesso si mischia – con ottimi risultati – al più rigoroso vanitas vanitatum. E se a farla da padrone, negli ultimi, tempi è stato il teschione tempestato di diamanti di Damien Hirst, non sono pochi gli artisti (brit e non solo) inclini a cimentarsi con la gioielleria haute couture: merito anche di qualche gallerista illuminato – come la pioniera Louisa Guinness di Londra – che si trasforma in committente di piccole collezioni. Nascono così i frutti iridiscenti di Marc Quinn (strepitoso assemblaggio di pietre preziose), le creazioni caratterizzate dal consueto humour corrosivo di Tim Noble & Sue Webster, o il classico cabochon che si trasforma nell’algida visione di Anish Kapoor. O – ancora – l’esperimento in vetro (ma qui si tratta di una commissione tutta italiana, del torinese Nicola Maria Bramante) di Annee Olofsson: riflessione declinata in forma di collana sulla fragile vita dei sentimenti. L’altra faccia della luna è quella rappresentata dai designer che hanno scelto di dedicarsi completamente alla creazione di gioielli: vocazione, questa, che implica un continuo oscillare dalla tradizione alla contemporaneità. Perché alla consapevolezza tecnica – che è fondamentale – si unisce una sensibilità del tutto nuova. Che porta, per esempio, a mescolare metalli preziosi con resine o altri materiali comuni o a reinventare ispirazioni Liberty, geometrie Art Deco, digressioni Pop. Destreggiandosi tra citazioni colte, sapienza artigianale, trucchi del mestiere e regole da rispettare. Perché un anello è un anello e così via. Così il gioiello di design vive una nuova – inaspettata – stagione vitale: laddove la contaminazione tra ambiti contigui è prassi quotidiana, riesce a ritagliarsi una zona di ben delineata unicità, incasellando le suggestioni più varie nelle maglie di una tradizione solida, che non teme il rinnovamento, e – al contrario – ne assapora il gusto forte. Dalle fantasie di carta plissettata di Nel Linssenn, alle icone da indossare dello spagnolo Nicolas Estrada, ai motivi minimal di Kiyoko Hosoda, che monta pietre di cartone in delicate corolle di metallo. Jacqueline Ryan sceglie, invece, suggestioni da mosaico bizantino; Annamaria Zanella modella argento, oro e smalti in solidi sfaccettati memori delle grandi installazioni di Richard Serra; Peter Skubic gioca con gli specchi, Yuki Kamiya crea gioielli che sembrano voler conquistare lo spazio. Come l’anello per due dita, delicata lamina d’argento con un piccolo coronamento di perle. Digressione lieve, come una scultura mobile di Alexander Calder. [pubblicato sul numero di marzo 2008 di “Hot”]
|
|
|