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Claudia Virginia Vitari

PERCORSOGALERA

Torino, Museo del Carcere "Le Nuove"



Contestare la sparizione


Tra l'esperienza artistica e quella del carcere sembra ergersi un muro invalicabile. L'arte è  spesso percepita come libertà della forma e del colore, espressione incondizionata dell'umana creatività, capacità di suscitare meraviglia e stupore. Per contro il carcere evoca un' esistenza costretta al grigiore, al lento scorrere dei giorni, tutti uguali a se stessi. E invece l'artista condivide con il carcerato un destino certamente meno doloroso, ma non meno totalizzante e coercitivo. Claudia Vitari ha intuito questa affinità tra l'esperienza della privazione della libertà e la sua vocazione di artista durante la visita a un ex penitenziario. Dopo una fase di approfondimento culturale, attraverso la frequentazione della letteratura specialistica e di genere (Camus, Kafka, Foucault, Goffman), ha deciso e ottenuto di poter sperimentare in maniera più diretta la vita in prigione. E' nato così un progetto di ricerca artistica in collaborazione con la Casa circondariale di Torino, dove nel corso di quasi due anni ha potuto confrontarsi diverse ore alla settimana con alcuni detenuti e con l'ambiente carcerario. Qualcuno potrà guardare con diffidenza la solidarietà con chi ha causato sofferenze a volte più grandi di quelle che sta scontando. Ma la serie di lavori nata da questo progetto testimonia il rifiuto di qualasivoglia retorica “radical-chic” e la capacità dell'artista di individuare problemi e contraddizioni, che stabiliscono cogenti punti di contatto tra il mondo di chi sta al di qua e al di là del muro circondariale. Innanzitutto l'esperienza del limite, che per l'artista è di duplice natura: formale e sostanziale. Un' opera d'arte deve scontrarsi e confrontarsi con lo stile del momento in cui prende forma e con secoli di tradizioni stratificate nel pubblico (il gusto) e nella stessa pratica operativa (i materiali, gli strumenti, le tecniche). L'arte poi, quando si propone di comunicare una visione del mondo si scontra con i confini stessi del pensiero logico e del linguaggio. Perché come afferma il filosofo Ludwig Wittgenstein il senso del mondo va ricercato al di fuori del mondo e al di là del linguaggio. L'artista è colui che si impegna a forzare i  limiti del pregiudizio e del preconcetto, forgiando un super-linguaggio capace di andare oltre il comune pensare sulle cose. “La nostra visione dell'uomo rimarrà superficiale finché non ritroveremo sotto il brusìo delle parole, il silenzio primordiale, finché non descriveremo il gesto che rompe questo silenzio”, afferma Wittgenstein. Negli ultimi anni pensatori radicali come Angela Davis hanno provocatoriamente – ma seriamente – tentato di oltrepassare il concetto di riforma del carcere proponendo una sua totale abolizione. E' un'ipotesi estrema, difficile da immaginare. Forse compito dell'artista è proprio quello di mostrare ciò che non si può dire.

L'aspetto interessante di Percorso galera è che Claudia Vitari non scivola mai nel didascalico, nella banale rappresentazione. L'esperienza della reclusione è condivisa in maniera “empatica”, con gli strumenti di cui l'arista dispone. Prima di tutto il disegno, che è alla base di questo suo lavoro installativo e diventa metafora di una condizione umana privata della libertà. Cos'è infatti il disegno - per usare le parole di Focillon - , se non una linea sull'aridità del foglio bianco? Poca materia, pressoché imponderabile, capace di esprimere in maniera immediata tutti gli impulsi dell'animo umano, senza compiacersi in artifici tecnici. E poi il disegno, diversamente dal suo opposto polare, la fotografia, non ferma il tempo, ma scorre con esso. Può descriverne compiutamente il lento fluire nei giorni trascorsi in cella. E l'artista trova nel disegno il mezzo più rapido ed efficace per fissare sulla carta -  ed eternare successivamente negli strati di resina - i brevi attimi di condivisione trascorsi con i detenuti.

Il disegno ci rammenta anche la fallibilità dell'uomo e il tentativo della società liberale di arginare e nascondere le sue contraddizioni. In un celebre saggio in cui tesse l'elogio della mano Focillon la descrive mentre scatta liberamente per godere della propria abilità “servendosi con sicurezza impareggiabile delle risorse di una scienza lungamente frequentata, ma al tempo stesso sfruttando quell'imponderabile che esula dal campo dell'intelletto: l'incidente”. In una  società che vorrebbe darsi un ordine simile a quello di una macchina in cui tutto si ripete, tutto si concatena, l'incidente, la macchia, “lo sbrego”, è percepito come una contraddizione esplosiva.

John Berger ha scritto che il disegno “contesta la sparizione”. In questo progetto espositivo di Claudia Vitari diventa  uno strumento capace di restituire dignità a coloro che rischiano di perdersi, come individui, nella massa spersonalizzante del carcere. Il disegno infatti, a dispetto della povertà dei mezzi e in virtù del rapporto diretto tra la matita e la mano, è espressione di individualità, attraverso un “tocco” che non è mai uguale. Non solo perché l'artefice esprime la propria diversità. Ma soprattutto perché diverso è il soggetto rappresentato. Disegnare infatti, è diventare la cosa disegnata, conoscerla dall'interno, abitarla, per farla, infine, ob-jacere sulla carta. Se l'arte non avesse questa capacità di farci com-prendere (in senso etimologico) la realtà che ci circonda, sarebbe assurdo disegnare il mondo piuttosto che viverlo.


Luca Vona


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Claudia Virgina Vitari

Percorso Galera

A cura di Luca Vona

6-7-8 novembre 2009

Museo Carcere "Le Nuove"

Via Paolo Borsellino1,Torino

www.museolenuove.it

orari lun/sab 15:00-17:00, dom 15:00-19:00

Inaugurazione venerdì 23 ore 18:00

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Con il contributo della Regione Piemonte

Catalogo Weber & Weber



 

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