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epi oinopa ponton/quel mare purpureo
L'arte ha sete di vino “Un'altra mostra sul vino? Ma era davvero indispensabile?”. Nel timore di trovarsi di fronte all’ennesima “variazione sul tema” la domanda è più che legittima. Ma quella proposta vuole essere qualcosa di diverso da una “mostra a tema”, sul vino. Una grande quantità di parole è stata fatta scorrere intorno alla valenza culturale di questa bevanda, le cui origini si perdono almeno 6000 anni fa, a nord delle grandi pianure del Tigri e dell’Eufrate. Nonostante l’interesse ipertrofico nei confronti della relazione vino/cultura/arte, forse non è stato ancora saturato il campo d’indagine. Perché spesso l’analisi attenta del fenomeno (nei limiti consentiti da una proposta non solo educativa ma anche di entertainment quale è una mostra d’arte) ha ceduto il passo alla ripetizione di logori stereotipi, all’approccio puramente emotivo, e all’incensamento –subdolo o manifesto- dell’azienda vinicola di turno. Il vino è indubbiamente uno dei più importanti simboli sociali emersi lungo le coste del Mediterraneo. La sua storia, ricca di implicazioni religiose, filosofiche, sociali ed economiche, rivela spesso singolari intrecci e parallelismi con la storia delle arti e della cultura. A dispetto dello sfaldamento dell’universo simbolico, tipico dell’età moderna, il vino costituisce forse uno degli archetipi inscritti nel codice genetico della nostra civiltà. E’ lecito pensare quindi, che esso continui a influenzare –in maniera consapevole o meno- gli artisti del nostro tempo. La mostra non propone una ricerca iconografica sul vino nell’arte contemporanea, quanto piuttosto un itinerario estetico informato dal vino a priori, una indagine sulla natura intrinsecamente enoica dell’arte. Al fine di rispettare la piena autonomia dell’artista e di scongiurare il rischio di una figurazione celebrativa e tautologica, il criterio di selezione delle opere in mostra è stato quello della ricerca di un movente in qualche modo “colluso” con l’universo di temi e simboli relativi al vino. I dipinti di Francesco Cervelli si presentano come un percorso nel paesaggio urbano e attraverso una galleria di volti noti del Novecento. Le tinte livide e la rappresentazione di “una realtà che cola” sembrano prodotte dalla lente deformante dell’ebbrezza. Ma vi è una analogia ben più profonda con il vino e il suo carattere estremamente ambiguo in questi lavori. Da un lato sembrano testimoniare il dissolversi di ogni simbolo e ideologia, una sorta di passeggiata apocalittica nei luoghi della memoria collettiva. D’altra parte Cervelli sembra volere estrarre dai soggetti delle proprie tele quell’intima essenza capace di resistere al tempo e ai ricorsi storici. Una prospettiva che ribalta completamente l’apparenza decadente dei suoi lavori, che si rivelano piuttosto come “reliquie” trasudanti e ancora piene di vita. L’ambiguità del reale, l’amore della verità per il nascondimento, dietro le maschere che la vita quotidiana ci impone, sono evocati anche da uno dei suoi Emergenti, che ritrae il padre della psicanalisi, Sigmund Freud. Fin dall’antichità il vino è celebrato come via segreta per giungere alla liberazione dai freni inibitori del principio di realtà. Già Eraclito e Socrate si erano accorti della necessità di indossare la maschera dell’ebbro per palesare verità “scomode” che si scontrerebbero altrimenti con i dettami imposti dalla convivenza civile. Diversi secoli dopo, Kierkegaard, in un saggio il cui titolo è mutuato dal celebre motto eracliteo –in vino veritas- affermerà che è proprio sul filo di rasoio tra ragionevolezza e sragionamento, tra calcolo opportunistico e naufragio dell’intelletto che si trova la verità. E in effetti, anche la possibilità dell’esperienza estetica -e dell’arte- sembra configurarsi come capacità di osservare gli enti che ci circondano al di là delle pastoie utilitaristiche della ragione. Il vino non è stato associato solamente alla ricerca della verità – filosofica o religiosa- nel corso della sua storia millenaria, ma da sempre è stato considerato simbolo di fertilità e catalizzatore del desiderio sessuale. Assemblando su cartoline d’epoca tessuti, pizzi, piume, ali di farfalla e altri materiali acquistati in mercatini dell’usato, India Evans realizza collages pervasi di un erotismo delicato, sui quali interviene anche con inchiostro e acquerello. L’artista, newyorkese trasferitasi a Roma da alcuni anni, è interessata soprattutto al tema della memoria, anche del suo personale vissuto, in particolar modo alla presenza-assenza della sua sorella gemella. E il tema dei gemelli mette in gioco ancora una volta le maschere ambigue del reale, nel legame intimo tra due individualità la cui uguaglianza esteriore chiama l’un l’altra a “possedersi” anche nel loro essere spirituale, dissolvendo le differenze di personalità. I lavori della Evans rivelano così un erotismo ben più casto e “sottile” di quel che potrebbe apparire, richiamando quella capacità di Eros, Amore, di farci tendere all’altro ricomponendo ogni distinzione, facendo dei due una cosa sola. Eros, figlio di Afrodite, dea della bellezza, che senza il vino non sarebbe mai esistita, almeno secondo quanto sostiene Euripide in una tragedia dove il vino –ma anche il sangue- scorre copioso: le Baccanti. Se i lavori di India Evans vogliono richiamare in vita frammenti -fisici e psichici- del passato è nei lavori di Claudia Vitari che affiora in maniera “tangibile” la capacità umana di sconfiggere la morte attraverso il segreto della Conoscenza. Passando attraverso il torchio, il frutto della vite –germogliata dal sangue dei Titani, coloro che osarono sfidare gli dèi- sopravvive alla morte invernale e si trasforma in una bevanda che pur portando in sé lo spirito selvaggio della physis è piena espressione della capacità dell’uomo di vincere la natura. La Morte e la Resurrezione sono le protagoniste di questo dittico della Vitari, appartenente a una più ampia serie di lavori che rielaborano l’iconografia caratteristica dei monumenti funebri del XIX e XX secolo. Sulla superficie corrosa del rame -tra l’altro impiegato in agricoltura proprio per proteggere la vite- affiorano, in oro e argento, volti trasfigurati e figure angeliche. Il vino e l’arte sembrano quindi accomunati da una effettiva capacità salvifica, se non altro perché come abbiamo visto, ci muovono verso l’oggetto contemplato rendendoci una cosa sola – fisicamente o spiritualmente- con esso, facendoci sperimentare un particolare stato dell’Essere, quello dell’Unità. Eppure il vino, specie se assunto in dosi elevate, possiede anche una indubbia forza disgregatrice. Per questo già Aristotele, pur riconoscendo che è lecito ricercare un certo sollievo attraverso di esso -in quanto non si addice all’uomo una insensibilità tale da fuggire ogni sorta di piacere- metteva fortemente in guardia rispetto alla sua capacità di sovvertire l’ordo naturalis. E’ quel che sembra di ravvisare nei dipinti circolari di Steven Meek, dove un vortice sembra risucchiare ineluttabilmente momenti significativi dell’immediata contemporaneità. Sia il vino che l’arte sembrano quindi dotati di una forte potenzialità sovversiva. Per questo sono incappati spesso nelle condanne dei censori. E’ evidente che ogniqualvolta la civiltà identifica il proprio concetto di ordine con quello di un complesso meccanismo ad orologeria, emerge un accesa intolleranza per tutto ciò che distrae l’individuo dal “reale”, dall’adempimento dei propri doveri, dell’esercizio del ruolo che gli compete. Ma il trionfo della solarità apollinea non è in grado di frenare il riemergere prepotente, spesso proprio nelle forme dell’arte, dell’abisso dionisiaco che alberga nell’animo umano. La vertigine, la furia di Dioniso, ma anche l’avvilimento causato dall’alcool, sono protagonisti degli scatti in digitale di Alessandro Belgiojoso. Egli sa caricare di valenza artistica la semplice foto di reportage, muovendosi abilmente lungo la linea di confine tra rappresentazione e astrazione. Quella che propone è un iconografia estrema, non solo per le situazioni rappresentate, ma anche perché elaborata nel corso di frequenti viaggi in luoghi e paesi –come il Kamtchatka - ancora non circuitati all’interno della comunità globale, percepiti realmente come alterità. Pervasi da un senso di quiete assoluta sono le vedute collinari di Stefania Olivetta, anch’esse caratterizzate da una tensione verso l’astratto, o meglio verso l’indistinto, per merito di una foschìa nella quale sprofonda ogni elemento del paesaggio; le forme si scontornano e quel che resta è un monocromo in varie tonalità di verde, dalla forte carica vitalistica. La scultura-installazione di Carlo Pasini, lungi dal porsi come semplice “revival” di certe sperimentazioni concettuali dei “favolosi Seventies” riporta l’attenzione sulla potenza salvifica della bevanda cara a Dioniso e a Cristo. Lo fa con una capacità di guardare la storia –dell’arte e, in generale, dell’umanità- con uno sguardo sapientemente ironico, caratteristico della “scuola” in cui si è formato: quell’Atelier Mondino, che riuniva alcuni giovani artisti intorno alla figura del maestro recentemente scomparso. Pasini richiama appunto uno dei simboli più forti della storia della salvezza, il Santo Graal, celebrato dai poeti medioevali, ma anche da una bulimica produzione letteraria –specie midcult e lowcult- contemporanea. Svuotato della sua originaria potenza simbolica, il Graal diviene in questa opera di Pasini una pura assenza, espressione forse della volontà di sottoporsi a un salutare digiuno dopo una terribile indigestione per l’eccessiva proliferazione mediatica di una figura a cavallo tra mito e religione, ma ormai corrottasi in mero oggetto di consumo. Anche Jessica Carroll ha fatto parte dell’Atelier Mondino e anche lei espone un opera che si relaziona al vino offrendosi come contenitore, in questo caso privo di una particolare aura mistica, ma capace di rievocare la dimensione conviviale del bere. Si tratta di una scultura composta da bicchieri disegnati dall’artista, incastrati tra loro, chiamati a formare una struttura dall’aspetto organico, vegetale, tipico di una pianta acquatica. Da uno sguardo a gradazione etilica maggiore sembrano originare le sculture di Domenico Borrelli, brocche e caraffe antropomorfe dalle quali si protendono arti avvolti in gesti paradossali. I suoi lavori testimoniano una notevole capacità di guardare il reale da una prospettiva poetica, la stessa che per il filosofo Martin Heidegger, in una singolare lezione Sulla cosa -che ha per protagonista proprio una brocca da riempire di vino- è la sola capace di cogliere gli aspetti intimi dell’Essere, al di là dell’orizzonte oggettivante della scienza. Il vino è certamente una bevanda capace di rappresentare l’identità territoriale, nonostante la concorrenza di bevande di produzione industriale, standardizzate e diffuse mondialmente; e nonostante molti produttori si lascino tentare da simili modelli produttivi, con il conseguente livellamento delle differenze nel “carattere” dei vini offerti, per cercare di soddisfare fasce di mercato sempre più ampie. Una globalizzazione del gusto che è espressione di un analoga perdita delle identità socio-culturali. Claudio Gobbi va alla ricerca dei simboli di tali identità, minacciate dall’estinzione. Egli ritrae case del popolo e dopolavori ferroviari, sontuosi interni di teatri e sale da biliardo. Sono luoghi pervasi di quella atmosfera gloriosa e malinconica a un tempo, tipica delle “rovine”, dei simboli di una civiltà al tramonto. Tutto sembra congelato nella perfezione dello scatto, che si lascia appagare dalle relazioni formali e cromatiche tra gli elementi degli interni rappresentati, quasi dovesse ingannare il tempo nell’attesa di una qualche presenza umana. Un senso di attesa, di autunno, di vita latente, pervade del tutto il trittico di Antonio Loddo, in cui sembra comparire l’altra faccia dell’ebbrezza dionisiaca, quella che si fa portatrice non di pienezza vitale ma di morte, in un ciclo di eterna rinascita. I colori terrosi, bruciati, i rami secchi, di questa installazione, sembrano additare quella verità che può essere attinta soltanto nell’eccesso del desiderio e della morte, nell’istante di un’ebbrezza divina (Bataille); quella verità che riposa nel sepolcro, prima di emergere trasfigurata, nel giorno senza tramonto.
Luca Vona
EPI OINOPA PONTON/QUEL
MARE PURPUREO
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