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Havana Club
L'arte
contemporanea continua a fare da termometro per i
cambiamenti politici ed economici che stanno interessando il nostro
pianeta in
questi ultimi anni. La crescita dei mercati asiatici è stata
accompagnata
dall'emergere di una domanda di arte indiana, russa e cinese da parte
della
nuova, ricchissima borghesia di questi paesi, che è riuscita stabilire
un vero
e proprio trend.
Ma c'è un altro mercato emergente su
cui sta scommettendo il
grande collezionismo, in particolare statunitense. E' Cuba, dove i
prezzi
dell'arte contemporanea autoctona sono decollati di pari passo con il
passaggio
delle consegne da Fidel a Raul Castro. Non si tratta più solamente
delle opere
di grandi maestri "modernisti" come Wilfredo
Lam, Thomas
Sanchez,
Aguedo Alonso
e Mario Carreño,
battute all'asta per cifre oltre il milione di
dollari. C'è tutta una nuova generazione di artisti, per comprare le
opere dei
quali i collezionisti americani sono letteralmente disposti a fare
"carte
false". Perché l'embargo in vigore dal 1962 penalizza fortemente i
viaggi
e il commercio. Il governo
degli Stati
Uniti rilascia appena qualche decina di permessi l'anno per raggiungere
Cuba,
così curatori, dealer e collezionisti hanno dovuto ingegnarsi per
scovare nuovi
talenti nell’isola. Percy
Steinhart ha creato una fondazione per i bambini
disabili cubani e durante i suoi numerosi viaggi è riuscito ad
acquistare opere
di artisti ormai affermati per poche migliaia di euro. Altri, come il
grande
collezionista di arte contemporanea cinese Howard Farber, si
affidano a Internet,
per creare una importante rete di contatti e acquistare via email. I
collezionisti più temerari cercano di raggiungere l'isola passando per
il
Canada o per i Caraibi, rischiando una multa tra i 15 e i 65 mila
dollari. Importare
negli Stati Uniti arte contemporanea cubana
comunque non è illegale. Il problema è
piuttosto la burocrazia del governo castrista. Ogni opera che esce dal
Paese
deve essere accompagnata da un permesso fornito direttamente dal
Ministero dei
Beni Culturali. Le poche gallerie commerciali sono di fatto proprietà
dello
Stato, anche se alcune partecipano alle grandi fiere internazionali.
Questo ha
consentito un minimo di scambi culturali tra l'isola e il resto del
mondo, ma
la risorsa più importante in tal senso è la Biennale dell'Avana che
dagli anni
'80 si è dimostrata capace di attirare visitatori da ogni dove,
determinando un
progressivo incremento dei prezzi dell'arte cubana. La bolla
speculativa è
sostenuta dalla "fame" di euro e dollari da parte delle gallerie
locali. Ma in realtà la domanda internazionale di arte cubana è
alimentata
dalle speranze nel nuovo governo di Raul Castro, che dovrebbe rendere
più
facile entrare e uscire dal Paese. Determinante sarà anche l'esito
delle elezioni
presidenziali negli Stati Uniti. Mentre i candidati democratici Barack
Obama e
Hillary Clinton sono disponibili a un atteggiamento di distensione,
John McCain
si è detto contrario a intrattenere relazioni diplomatiche con Raul
Castro.
Ma quali sono - se ci sono - i tratti
distintivi dell’arte contemporanea
cubana? L’epoca dei “maestri storici” ha visto prevalere una pittura al
crocevia tra realtà e sogno, capace di fondere le istanze delle
avanguardie
europee con l’immaginario e le tradizioni locali: la foresta, il mare,
la
santerìa (religione popolare nata dal sincretismo tra la
mitologia Yorube
importata dagli schiavi e il cattolicesimo). L'arte cubana incarna un
insieme
plurale di influenze e motivi africani, caraibici e ispanici. Gli anni
successivi alla rivoluzione castrista hanno visto l’affermarsi di nuovi
media –
dall’object-trouve ai materiali di recupero – accanto alle pratiche più
tradizionali come la pittura e il disegno. C’è in questi lavori
l’urgenza di
comunicare il senso di isolamento determinato dalla situazione politica
del Paese.
Si viene così a formare un’iconografia “insulare”, dove i villaggi dei
pescatori, le zattere e i moli sono figure ricorrenti. Esemplare in tal
senso è
il lavoro di Kcho (Alexis Leyva
Machado), che ha esplorato a fondo il potenziale estetico
e politico di questi
simboli, conquistando nel 1995 il Gran Premio della Biennale di Gwanju.
Negli
ultimi anni gli artisti hanno perso un po’ dell’esotismo che
caratterizzava le
opere della generazione precedente, riuscendo però ad avvicinarsi ai
gusti del
collezionismo europeo e nordamericano. Le opere si prestano spesso a
una lettura
su più livelli e anche quando sono palesemente impegnate in una
riflessione di
tipo politico, questa assume tratti più “universali”, quasi
esistenzialistici.
Prendiamo ad esempio “Nostalgia”, al di là della sua apparente natura
didascalica uno dei lavori più intensi di Yoan Capote: una
valigia piena di
mattoni comunica un desiderio di fuga frustrato da barriere
insormontabili, ma
a un livello più profondo l'opera suggerisce che i nostri impedimenti
ci
seguono ovunque. Carlos
Garaicoa ha indagato attraverso le sue installazioni i
mutamenti dello spazio urbano, prima dell’Havana e successivamente di
altre
grandi metropoli. L’artista, che ha partecipato a importanti collettive
al MOMA
di New York
e al
Museo Reina Sofia di Madrid, presenta in questi giorni un nuovo lavoro
nella
sede di Pechino della galleria Continua, impiegando il concetto di
rizoma per rappresentare
il boom economico dell’arte cinese. La rinuncia all’autorialità è il
movente
che ha portato Marco Castillo e Dagoberto Rodríguez a firmare i loro
lavori con
lo pseudonimo Los
carpinteros. I due artisti – che hanno esposto per la
galleria romana Unosunove - si riallacciano all’antica tradizione delle
gilde
medievali per comunicare la natura impermanente dell’esperienza urbana.
La
conoscenza dei pensatori medievali e rinascimentali si unisce, nel
lavoro di
Carlos Estevez,
con il sapere dei grandi chiarificatori della condizione umana:
da Kant a Hegel a Jorge Luis Borges. I dipinti e le sculture di Estevez
si
propongono, come un ‘mandala’ orientale, di reintegrare l’uomo e il
cosmo in un
Tutto che si esprime attraverso il linguaggio ermetico e simbolico. La
fondazione di un “nuovo esperanto” ha portato Diango Hernandez a
impiegare
oggetti d’uso domestico, decontestualizzati e riassemblati, per
raccontare e
archiviare le storie e le opinioni del popolo cubano. Le sue
“archeologie del
quotidiano” hanno fatto il giro dei più importanti musei del mondo,
mentre per la galleria Luger di
Milano ha recentemente proposto una inquietante istallazione in tondino
di
metallo, che riporta le date degli anni dall’insediamento di Fidel
Castro ad
oggi. Completa la mostra una serie di immagini di propaganda inscritte
nelle forme
geometriche del diamante, per esprimere l’imprinting politico subito
fin
dall’infanzia. Un forte contenuto politico – distillato attraverso una
performance dai tratti rituali – caratterizza il lavoro di Tania Bruguera. Nel
1997 l’artista presenta alla Biennale dell’Avana una enorme bandiera di
Cuba
confezionata con capelli umani, di fronte alla quale, con un agnello
macellato
intorno al collo, ingurgita per 45 minuti terra mista ad acqua, facendo
rivivere l’antico suicidio rituale degli indios contro i conquistadores
spagnoli. La Bruguera (che lavora
in
Italia con la galleria torinese Franco
Soffiantino) diverrà nel giro di pochi anni
una star chiamata a esporre due volte alla Biennale di Venezia (49° e
51°
edizione) e a insegnare all’Università di Chicago. Mentre il
neopresidente
pianifica una maggiore permeabilità dei confini dell’isola, l’arte
cubana è già
salpata verso i lidi del successo internazionale.
Luca Vona
> articolo pubblicato sul magazine HOT di
Maggio 2008
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