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L'altra faccia della lunadi Mariacristina Bastante Forse non tutti sanno che accanto al collezionismo dei record d’asta e dei prezzi a tanti zeri (che si tratti di dollari, euro o sterline, non importa) ne esiste un altro, poco clamoroso - almeno per quanto riguarda l’aspetto numerico - ma non per questo meno interessante. Se la grandeur di Christie’s o Sotheby’s è la punta dell’iceberg – e non c’è giornale economico che non dedichi almeno una manciata di battute alle sorti del mercato dell’arte – il mondo sommerso è altrettanto sorprendente, simile com’è ad un intreccio eterogeneo di tante realtà differenti. Il fatto è che di questi tempi a vincere davvero sono i micro mondi, le nicchie: ognuna con i suoi protagonisti, il suo giro d’affari, il suo bilancio – guarda un po’ - positivo. E non è tanto una logica dell’happy few quella che governa questo universo di piccole galassie parallele, quanto la diretta conseguenza di una diversificazione delle tendenze, certamente, ma soprattutto del gusto. Un’altra faccia del collezionismo – per esempio - è quella di chi ama, cerca e compra pezzi di design o di arte applicata contemporanea. Ne parlava ormai qualche settimana fa l’Observer, con un articolo-prontuario dedicato a vetro, legno, argenti e ceramiche. Con tanto di consigli per gli acquisti e piccola guida ai prezzi. Che sono, in proporzione, un po’ più bassi rispetto a quelli dell’arte contemporanea tout court, ma in decisa ascesa. È la rivincita del mercatino della domenica e della soffitta per quel che riguarda il modernariato spicciolo, mentre per il design delle ultime generazioni il discorso si fa più interessante, considerando quella discreta liason che intrattiene ormai da anni con l’arte contemporanea, il suo immaginario, le sue pratiche. Ceramica e porcellana sono tra i materiali protagonisti di questa felice riscoperta delle arti applicate. “Ogni pezzo è unico e per lo più fatto a mano” spiega Emmanuel Cooper, ceramista anche lui e redattore di una nota rivista specializzata. Che continua ponendo l’accento su almeno un altro paio di aspetti sostanziali, tra quelli che attraggono il collezionista di ceramiche e porcellane d’autore. E se non stupisce il fattore unicità - che nel nostro caso si traduce nel feticismo per il marchio e per la manifattura – di più incuriosisce l’allusione sottesa al mondo domestico e ad una, sia pur recondita, funzionalità. Così, tra sense and sensibility, si muovono i designer contemporanei. La manifattura di porcellane di Nymphemburg è un ottimo esempio di come un’azienda di tradizione secolare (l’attività è documentata dal 1747!) possa dialogare con il design delle ultime generazioni, allineando accanto ai grandi classici piccole collezioni firmate da nomi noti o emergenti del design contemporaneo. Per la gioia dei collezionisti, tanto di quelli dell’ultim’ora, quanto dei conoisseur incalliti. Per Nymphemburg Konstantin Grcic ha rivisitato teiere, tazzine e zuccheriere in nome di un’algida purezza delle forme, salvo poi concedersi – a mo’ di divertissement – la creazione di un cestino per la carta nobilitato dal materiale (fragilissima, candida porcellana) e da un delicato traforo che ne attraversa le superfici. Di gusto minimale sono anche i vasi di Ted Muehling, autore anche di uno straordinario servizio di piatti, che sfrutta le doti mimetiche della porcellana per simulare la consistenza porosa del corallo. Barnaby Barford e Khashayar Naimanan giocano con la dimensione installativa e i richiami all’arte concettuale. Il primo allinea una serie di piatti, ognuno con il suo decor interno che riproduce una parte del planisfero, a formare una mappa del mondo di boettiana memoria (Global Service). Il secondo si diverte a rovesciare – complice un tavolo a specchio costruito ad hoc – la naturale posizione (e percezione) delle cose. Lo scudo di Nymphemburg, con il numero di serie che garantisce il pregio di ogni pezzo, finisce al centro di piatti e scodelle; il decoro floreale, nascosto sotto la base, si rivela solo grazie al riflesso indiscreto dello specchio. Hella Jongerius firma una piccola serie di quattro pezzi ispirata alle quattro stagioni. Il richiamo a Watteau è forte, riletto in un divertito ensemble di elementi differenti. Dalla teiera “Estate”, vestita di seta – ma con quelle applicazioni e cuciture a vista che sono tipiche di Jongerius – allo specchio “Primavera”, alla brocca “Autunno”, alla bugia “Inverno”, allusione felice alla natura che s’addormenta. Ceramica e porcellana sono materiali consueti per la designer, declinati in forme essenziali eppure pregne d’un poetico stupore. Beads & Pieces, realizzata per Artecnica, ne è un esempio. Ciotole e bottiglia sono in ceramica nera, un grappolo di boccioli decora il recipiente più grande, mentre le applicazioni di perline rosa sono il leit motiv – d’incantevole semplicità – della collezione. D’ispirazione vagamente Deco sono teiere e vasi di Kati Junger, austere e sensuali, mentre sul fronte animalier vanno citati i cani (d’ogni specie) di Kerry Jameson e il delizioso repertorio zoologico di Richard Slee. Una vena mitologico-onirica unita ad un’innegabile perfezione tecnica caratterizza le opere di Rachel Kneebone; più incline al minimalismo è Tomek Rygalik che utilizza la porcellana bianco latte per rigorose composizioni modulari. Una recente installazione di Eduardo Sarabia negli spazi della galleria newyorkese I-20 era in parte costituita da vasi di porcellana bianca con decori blu e scatole di cartone. Trasformata in un magazzino di contrabbandieri, la galleria diventava palcoscenico di una riflessione politically uncorrect sul margine sottile che divide legale ed illegale. Con i vasi bone china (ma decorati a pin up, foglie di marijuana, pistole e sigarette) a far da ago della bilancia.
[pubblicato sul numero di aprile 2008 di “Hot”]
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