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Botto
e Bruno
Galleria
Alberto Peola
Kids
Town
Due
ragazzini come imprigionati in un perimetro
claustrofobico: il primo di spalle, cerca con lo sguardo al di là del muro, in
un orizzonte negato. Nessuna linea di fuga in questo disegno in bianco e nero che ci introduce alla nuova personale di Botto e
Bruno (Gianfranco Botto, 1963 e Roberta Bruno, 1966) solo macerie, muri sbrecciati e la mezza ellisse
di un ponte - o una monorotaia -
che si interrompe nel cielo come un sogno spezzato, come una “promessa
inesaudita”. Ultimo baluardo di un’identità minacciata questo recinto di
cemento lo ritroviamo in una installazione con figure a grandezza naturale, dove
i colori si saturano e frammenti di vita e di memoria sottratti a una oscura
catastrofe giacciono sparpagliati intorno al buco di un tombino scoperchiato…
dal quale potrebbero essere emersi… o in cui potrebbero essere risucchiati…
Foto di rock-star, dischi di vinile, segni lasciati sui muri da artisti
metropolitani, miti partoriti e messi a morte dalla modernità consumistica sono
ricomposti per fronteggiare le insidie di una periferia che è sempre più luogo
esistenziale, prima ancora che topografico.
Mediane
un wallpaper che si estende fino al pavimento, facendosi calpestabile, la
coppia torinese allestisce uno dei suoi caratteristici paesaggi suburbani,
post-industriali, stile day after. Qui dissemina le icone di una
resistenza quotidiana all’anomia con un meticoloso hand made che sembra
ispirarsi alle tecniche del montaggio cinematografico e a quelle del Rithm
And Poetry. Il gioco, la passione per la musica, il cinema, sono proposti
ancora una volta, in questo scenario mesto e desolato, come strumento di
riscatto dall’autismo che sembra affliggere questi personaggi, chiusi nei
cappucci delle loro felpe.
Botto
e Bruno si sono sempre mostrati riluttanti a tradurre in parole un linguaggio
visivo che, pur contaminandosi con i codici più disparati, vuol essere
pienamente autosufficiente. Ma in più di un’occasione (ad esempio a “prototipi.03”)
hanno sottolineato come queste poche presenze umane, quasi fagocitate dal
paesaggio e dall’universo iconico da loro stessi generato, siano
l’incarnazione di un’identità collettiva, di una generazione cresciuta
“ai margini”, in un “paesaggio terminale” come quello di Mirafiori, a
sud di Torino.
Il
video Kids Play è girato nello stesso spazio-bunker ma un senso
di innocenza pervade le superfici ancora neutre dei muri mentre il gioco dei due
adolescenti scorre lento, a tratti svogliato. Lo spazio urbano ci appare prima
del suo costituirsi come ghetto contro quel mostro metropolitano che tutto
metabolizza in un’ amalgama indistinta. Siamo nella fase precedente la
disgregazione della coscienza. Ma i suoni distorti della colonna sonora sembrano
preannunciare il pericolo dello smarrimento esistenziale che attende dietro
l’angolo dell’adolescenza, quando queste quattro mura scolorite sembreranno
sempre più strette.
Luca
Vona
[exibart]
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