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Elogio della fantascienza sulle orme di Ernst
Bloch
Uno degli elementi più originali della filosofia di Ernst Bloch (Ludwigshafen,
8 luglio 1885 – Tubinga, 4 agosto 1977) è la concezione asincronica del tempo,
per cui l’esistenza è concepita come un multiversum costituito da “mondi” che
scorrono a velocità differenti.
Ogni attimo del nostro vissuto è per Bloch “oscuro” a causa dell’eccessiva
prossimità tra noi e il vissuto stesso: nel presente assoluto dell’istante c’è
una completa fusione tra Io e Mondo, tra Soggetto e Oggetto.
Ciò è di ostacolo a una visione oggettiva di ciò che stiamo vivendo. Ma
nell’attimo vissuto, dietro l’apparente banalità del quotidiano, è possibile
trovare “semi” utopici e sovversivi; questi si manifestano nell’arte e nei sogni
ad occhi aperti: cinema, racconti di fantascienza, canzonette, e ogni altra
manifestazione della coscienza collettiva, o meglio di quello che Bloch
definisce, in contrapposizione alla psicoanalisi freudiana, il
non-ancora-conscio.
Entrando in contrasto con il marxismo ortodosso Bloch addita nei fenomeni
culturali e pseudo-culturali di massa alcuni elementi positivi, ovvero il
presentarsi di questi prodotti come oggettivazioni della coscienza utopica, come
anelito al superamento del presente.
Bloch si distanzia ancor più dall’estetica marxista - in particolare da quella
della Scuola di Francoforte - quando anziché considerare l’arte e i suoi
“sottoprodotti” come semplice rispecchiamento della realtà ad essi contemporanea
li considera capaci di anticipare il mondo a venire.
La fantascienza è certo in grado di dire molto sul presente, sulle nostre ansie,
le nostre paure, ma è anche dotata di un potere mantico e di una valenza etica,
perché delineando scenari affascinanti o spaventosi ci spinge ad agire per
renderli prossimi o per esorcizzarli.
Nella letteratura di fantascienza si manifesta l’Io trasfigurato ma ancora
latente, l’Io trasmutatosi in Noi della “nuova creazione”, quello che Bloch
definisce - in contrapposizione all’inconscio freudiano – il non-ancora-conscio,
capace di sedurre l’uomo e attrarlo verso la patria futura.
Mettendosi alla ricerca dei sogni ad occhi aperti dell’umanità, nell’opera
Spirito dell’Utopia (I ed. 1918; II ed. 1923) e ancor più in Principio Speranza
(1953-1959), il filosofo tedesco delinea una vera e propria fenomenologia della
coscienza utopica che richiama e al tempo stesso capovolge la fenomenologia
hegeliana.
Se per Hegel la coscienza si manifesta all’uomo attraverso tre momenti storici,
scanditi dal prevalere rispettivamente dell’arte, della religione e infine della
filosofia, Bloch individua nel Kunstwollen, nella volontà d’arte, o meglio,
nella volontà di maschera, caratteristica dell’arte simbolica e fantastica, la
manifestazione suprema della coscienza, dell’utopia, del destino ultimo
dell’uomo.
La fantascienza appare dunque blochianamente come una forma di negazione del
presente, perché proietta l’uomo in un al-di-là temporale. E’ un omerico
“ritorno a casa”, al capolinea della storia, dove il senso delle cose è
finalmente compiuto e l’utopia diviene realtà concreta.
La science fiction porta con sé un carattere messianico-profetico; è come
lievito capace di far fermentare nuove idee per porre in atto l’utopia. Bloch
supera la concezione dell’arte come rifugio (pessimismo romatico) o come
giustificazione (estetismo decadente) dell’esistenza, la poetica del sogno e del
Bello fine a se stesso.
Non è un caso, dunque, che proprio nella definizione di non-ancora-conscio sia
possibile rintracciare uno degli elementi di raccordo più affascinanti tra
pensiero blochiano e fantascienza. La coscienza anticipante del filosofo tedesco
appare straordinariamente vicina – per esempio – alla precognizione, elemento
ricorrente in buona parte della produzione dello scrittore americano Philip K.
Dick.
Noto soprattutto per il romanzo Do the Androids Dream of Electric Sheeps? – da
cui è stato tratto il lungometraggio Blade Runner di Ridley Scott – Dick è
autore di un corpus piuttosto complesso e controverso, in cui alla qualità
talvolta discontinua dei testi si contrappone un’organicità visionaria di temi,
presenze, paesaggi, situazioni.
La precognizione - facoltà che ritorna in molti personaggi dickiani e nella
quasi totalità dei romanzi e dei racconti - non indica tanto la capacità di
prevedere il futuro, quanto una possibilità “realmente” costruttiva (o
distruttiva, a seconda dei punti di vista). Non solo cassandre che vedono
l’oltre, i personaggi dotati di questo dono, attraversano il tempo, ne fanno
intimamente parte, vivono ogni istante come assoluto, oscillando senza soluzione
di continuità tra sogno, allucinazione e un tempo presente che si compone – di
volta in volta – come un mosaico di tanti futuri possibili.
Il coesistere di mondi paralleli che spesso si sovrappongono senza tuttavia
essere simultanei, altra costante della narrativa dickiana, coincide così in
modo suggestivo con i termini di asincronia e di multiversum che caratterizzano
la concezione del tempo e dell’esistenza nel pensiero di Bloch.
Un esempio di questo interessante insieme di corrispondenze si può trovare in
uno dei personaggi più intensi usciti dalla penna di Dick, il piccolo Manfred
Steiner, protagonista del poco noto Martian Time-Slip (tradotto in italiano con
un non troppo felice Noi Marziani). Manfred, bambino autistico che ha la
possibilità di attraversare il tempo con lo sguardo, vive – di fatto – in una
delirante dimensione accelerata: della realtà vede l’aspetto più atroce, quello
del disfacimento, della perdita dolorosa. Epifania di lancinante concretezza,
l’immagine davanti agli occhi del bambino è contemporaneamente futura ed
immanente, descritta da Dick con clinica esattezza nei dettagli.
Man mano che la narrazione prosegue, gli occhi di Manfred acquistano un rilievo
particolare. Separati dal supporto fisico al quale appartengono, traducono il
modo in cui il bambino percepisce i vari “strati” incoerenti della realtà:
segmenti visivi non riconducibili ad un unicum, privi di una sequenza temporale,
pochi elementi messi a fuoco con straordinario nitore, ma separati da un
qualunque contesto. C’è, dunque, una visione parcellizzata, in cui ogni
frammento è una manifestazione nitida ed accecante della realtà totale: in un
certo senso è proprio questa densità di significati che s’annida in ogni cosa,
evento minimo che ne deforma la percezione. Ed è qualcosa di molto simile
all’oscurità di ogni attimo presente di cui parla Bloch, causata dall’eccessiva,
ineluttabile, insopportabile vicinanza tra noi, il mondo e il nostro vissuto.
articolo pubblicato su
Rinascita del 21-12-2007
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